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(Adnkronos)

Quello che si sa finora sulla variante brasiliana di coronavirus Sars-Cov-2, come pure sulle varianti inglese e sudafricana, “non basta a far temere effetti negativi disastrosi” per l’andamento dell’epidemia di Covid-19. E’ questo il pensiero della microbiologa dell’ospedale Sacco di Milano Maria Rita Gismondo, che all’Adnkronos Salute riferisce come, “in questo momento, nel nostro laboratorio abbiamo trovato solo qualche soggetto con la variante Uk, soprattutto fra le persone arrivate dall’Inghilterra nei giorni festivi o prefestivi, mentre non abbiamo individuato ancora nessuno con la variante sudafricana né con la variante brasiliana”.

“Il discorso rimane sempre quello dell’indagine scientifica, della necessità di studi approfonditi”, sottolinea la direttrice del Laboratorio di Microbiologia clinica, virologia e diagnostica delle bioemergenze del Sacco – Che una variante abbia un impatto importante sulla diffusione del virus, sulla sua patogenicità o, cosa ancora più grave, sull’efficacia protettiva del vaccino, non può assolutamente rilevarsi con delle accidentali osservazioni. Bisogna studiare il fenomeno e capire prima di tutto cosa una determinata variante provoca, perché non basta che ci sia una mutazione genica: bisogna capire che cosa la mutazione genica comporta esattamente, sulla base di opportune evidenze scientifiche” che per adesso secondo Gismondo non sono ancora sufficienti.

L’esperta fa notare che, “dall’anno scorso a oggi, il nuovo coronavirus ha portato 23mila mutazioni. Se avessimo dovuto per ognuna ipotizzare un effetto, veramente non so dove saremmo” perché “Sars-Cov-2 è un coronavirus, un virus a Rna che muta molto facilmente”. E benché quelle Gb, sudafricana e brasiliana siano “varianti che hanno dimostrato di essere stabili, cioè di propagarsi senza perdersi nei contagi tra un individuo e l’altro, questo non basta – ribadisce Gismondo – per far temere effetti disastrosi”. La scienziata ripete che è “assolutamente necessario condurre degli studi epidemiologici volti a conoscerle meglio e a comprenderne l’evoluzione futura”.

Quanto al “fatto che si siano chiusi dei voli” per frenare il diffondersi dei nuovi mutanti, “da un punto di vista epidemiologico può avere un significato – commenta la microbiologa – ma allora vuol dire che per ogni variante dovremo chiudere i voli dei Paesi d’origine. Peraltro la storia di questo virus, seppur recente”, ma in generale “la storia della globalizzazione – avverte Gismondo – ci insegna che la chiusura dei voli da un Paese non è assolutamente una barriera” in grado di impedire l’ingresso di un nemico invisibile. “Poi però – conclude – le considerazioni di altro tipo le lascio a chi non è virologo, ma ha un altro tipo di incarichi”.



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