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L’ologramma del «signor» TikTok ha scritto al nostro Garante della protezione dei dati personali, promettendo solennemente: «Adotteremo misure per bloccare l’accesso agli utenti minori di 13 anni, valutando l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale per la verifica dell’età»; «Inoltre – è l’impegno del social cinese con la nostra Authority sulla privacy – lanceremo una campagna informativa per sensibilizzare figli e genitori».

Va bene intervenire sui «figli», ma non meno rilevante è lavorare sui «genitori». Considerato che in alcuni casi – certo minoritari, ma comunque rappresentativi di un fenomeno inquietante – sono addirittura le madri e i padri (cioè chi che dovrebbe tutelare i piccoli dai rischi della rete) ad esporre i bimbi sul palcoscenico virtuale di internet.

Motivo? L’illusione (o l’ambizione?) degli adulti di trasformare i propri figli in baby-star. Un fenomeno sconcertante attorno al quale ruotano pure interessi economici, benché i genitori ripetano ipocritamente il ritornello del «Tutto viene fatto gratuitamente e solo per il divertimento del bimbo».

Il Giornale, lo scorso 24 gennaio, ha raccontato la storia di una bambina di 10 anni (l’«artista neomelodica» Benny G) con migliaia di follower, «mi piace» e visualizzazioni su varie piattaforme digitali. Bene, in questo caso la «manager» che consente alla bimba di interpretare canzoni in versione osé (decisamente osé per la sua età) è proprio la mamma: è lei che supervisiona le sexy-coreografie e i testi dei brani con riferimenti sessuali imbarazzanti.

La vicenda di Benny G, nei giorni successivi alla nostra pubblicazione, è stata ripresa da varie testate giornalistiche riscuotendo un’eco mediatica a cui pare non sia rimasta insensibile neppure la magistratura minorile. Vedremo come andrà a finire, ribadendo che la baby «artista neomelodica» rappresenta solo la punta di un iceberg.

Va quindi salutata con favore l’iniziativa del Garante italiano per la privacy, Pasquale Stanzione, che – al di là di risultati concreti difficili da ottenere – ha avuto il merito di sollevare il «caso». Una problematica che torna tristemente d’attualità ogni volta che i social (a torto o a ragione) vengono indicati come i responsabili di tragedie assurde con al centro vittime sempre più giovani.

A riaccendere il «dibattito» il dramma della bambina di Palermo morta soffocata a seguito di una «sfida mortale» su TikTok: sciagure che ogni anno causano nel mondo centinaia di decessi tra gli adolescenti.

Ora da TikTok arriva un timido (molto timido) segnale in controtendenza. Forse null’altro che un gioco delle parti tra la «stretta sull’età» garantita dalla piattaforma di video-sharing e il provvedimento di blocco imposto nei giorni scorsi dal nostro Garante che «si è riservato di verificare l’effettiva efficacia delle misure annunciate». Risultato: «A partire dal 9 febbraio – sottolinea l’Autorità per la privacy – TikTok bloccherà tutti gli utenti italiani e chiederà di indicare di nuovo la data di nascita prima di continuare ad utilizzare l’app. Una volta identificato un utente al di sotto dei 13 anni, il suo account verrà rimosso. La società TikTok si è impegnata inoltre a valutare ulteriormente l’uso di sistemi di intelligenza artificiale». Fermo restando il ruolo primario dell’intelligenza genitoriale.


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