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La stagione dello sci è, in Italia, ancora sospesa: ieri infatti il ministro della Salute Speranza ha firmato l’ordinanza che differisce l’apertura degli impianti in tutto il territorio nazionale al 18 gennaio, spostando in avanti di undici giorni la vecchia data del 7 gennaio. Un rinvio che era atteso da giorni e assolutamente prevedibile, visto l’andamento dei contati e la situazione epidemiologica non solo in Italia ma anche a livello internazionale. E questo nell’anno, sembra l’ultima beffa del 2020, in cui si registra un record di neve in tutte le località sciistiche: oltre due metri sulle Dolomiti.
Nei giorni scorsi le regioni e le province autonome avevano chiesto, attraverso una lettera del presidente della conferenza Stefano Bonaccini, un rinvio della riapertura in vista di un allineamento delle linee guida al parere espresso dal Comitato tecnico-scientifico.
Quali sono, in particolare i nodi da sciogliere? E quali le richieste del Cts per far ripartire gli impianti in sicurezza? Quello dello sci infatti è un tema complesso che coinvolge non solo la gestione degli impianti ma anche le strutture recettive delle località montane e le istituzioni locali. Insomma, una quadratura ancora tutta da organizzare.

La condizione: zona gialla

Innanzitutto c’è la valutazione della situazione epidemiologica. non si può ripartire se le zone interessate non presentano le caratteristiche della zona gialla, quindi con l’indice Rt al di sotto della soglia di rischio. «Nell’ottica della loro prossima riapertura, che dovrà comunque essere preceduta da una propedeutica rivalutazione della situazione epidemiologica, deve necessariamente essere messo in evidenza che le misure proposte possono trovare applicazione solo nel caso in cui l’andamento epidemiologico a livello di Regione o Provincia Autonoma sia compatibile con la classificazione del rischio nella cd. zona gialla». Cosi si sono espressi gli scienziati del Cts nel documento reso noto dopo la riunione del 24 dicembre scorso in cui avevano esaminato le linee guida presentate dalle regioni.

Una cabinovia è come un autobus

Poi c’è la criticità dei flussi delle persone sugli impianti di risalita visto che gli esperti del Cts avevano equiparato cabinovie e funivie ai mezzi pubblici cittadini: «una parte rilevante dei mezzi di risalita nei comprensori sciistici (in particolare cabinovie e funivie) presentano caratteristiche strutturali e di carico tali da poter essere assimilati in tutto e per tutto ai mezzi utilizzati per il trasporto pubblico locale (autobus, filobus, tram e metropolitane)».

Capienza al 50% e numero chiuso

Quindi, chiede il Cts, si dovrà provvedere a ridurre del 50 % la portata di cabinovie e funivie e anche delle seggiovie dotate di cupola contro le intemperie. Contingentato dovrebbe essere anche l’ingresso degli sciatori in ogni comprensorio o area di discesa. Insomma, una sorta di “numero chiuso” da valutare per ogni località. Di conseguenza, andrebbe previsto «un sistema di prenotazione che possa consentire una gestione strutturata del numero di utenti che possono effettivamente accedere ai comprensori sciistici ed ai relativi impianti di risalita in ogni singola giornata, anche attraverso il coordinamento non solo (come già previsto) con i rappresentanti di categoria e le Autorità Sanitarie competenti, ma anche con i rappresentanti delle strutture ricettive».

Un protocollo di sicurezza

Se queste sono, in termini generali, le indicazioni espresse dal Comitato tecnico scientifico per ripartire in sicurezza, a questo punto e prendendo atto della nuova data fissata dall’Ordinanza del Ministero della Salute, Regioni e gestori degli impianti si aspettano un vero protocollo in tempi utili. Perché, come spiega al Corriere della Sera Valeria Ghezzi presidente dell’Anef (associazione nazionale degli esercenti funiviari): «Mettere in funzione un impianto è uuna cosa complicata che richiede un lungo lavoro».

Impianti? Un miliardo di fatturato

Il peso economico dello sci è rilevante come si rileva dai dati nell’Anef: il fatturato dei soli impianti di risalita (1500 in tutta Italia) è di un miliardo e duecento milioni di euro e stiamo parlando di una realtà che dà lavoro a 15mila dipendenti. Senza contare l’intera filiera dell’economia legata allo sci: alberghi, rifugi, malghe, negozi, scuole di sci

L’economia della montagna

Il settore già duramente colpito dal lockdown di Natale e Capodanno. Il business delle vacanze invernali prima della pandemia valeva, secondo le stime di Coldiretti, oltre 8 miliardi all’anno. E proprio dal lavoro invernale dipende buona parte della sopravvivenza di molte strutture agricole in montagna che con le attivitàdi allevamento e coltivazione – sottolinea la Coldiretti – svolgono un ruolo fondamentale per il presidio del territorio anche contro il dissesto idrogeologico, l’abbandono e lo spopolamento delle montagne.


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