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Oggi è un anno esatto che non prendo la Metro. Dal 5 marzo del 2020 non è più successo. Ricordo bene di aver fatto l’ultimo tragitto Massaua / Carducci Molinette (e ritorno) già un po’ in apnea; ma più per cause di forza maggiore che per ansia pandemica. Sembra passata un’era geologica e sono solamente dodici mesi. Solamente, si fa per dire. Quando mi capita di passare da Piazza Massaua, cerco di buttare un’occhiata di sguincio all’ingresso della scala mobile che porta ai binari. Gente che scende e che sale. Che altro dovrei vedere? Sono le stesse scene di sempre, fatta eccezione per la giostra delle mascherine (chi la porta e basta e chi se la sfila mentre sale in superficie; chi la mette all’ultimo secondo prima di scendere e chi fa un po’ come gli pare) e qualche assenza eclatante: gli “spacciatori di volantini per un futuro di fiducia, gioia e speranza”, che si appostavano tatticamente quasi a filo con la rampa, quelli ad esempio non ci sono più. Per coerenza, forse. Anche i banchetti improvvisati che vendevano tuberi di stagione non ci sono più. Mai capito da dove arrivassero quei contadini ambulanti. Spariti pure loro, comunque. Così come i fatui e isterici siparietti delle giovani coppie sbaciucchiose dopo la scuola. Non pervenute anche le mammine (inspiegabilmente ignare dell’ascensore a disposizione) alle prese con carrozzine troppo ingombranti, che ogni volta mi ricordavano la scena madre de “La Corazzata Potemkin”. Ora come ora, e chissà per quanto ancora, all’ingresso della Metro tutto si è ridotto a un essenziale e un po’ mesto vai e vieni. Non ne faccio parte e nemmeno vorrei. Però lo sento, lo cerco. E ogni tanto ci penso. —

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