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Sono efficaci contro la variante inglese e sembrano fare da scudo anche contro quelle sudafricana e brasiliana. Gli anticorpi monoclonali «made in Italy», realizzati dal team dello scienziato Rino Rappuoli, cominciano finalmente la sperimentazione clinica. Il trial si svolgerà allo Spallanzani di Roma e nel Centro ricerche cliniche di Verona. Infialato dall’Istituto biochimico Giovanni Lorenzini, l’anticorpo «sarà testato, nei prossimi mesi, prima sui volontari sani (fase I) per verificarne la sicurezza, e poi su pazienti positivi al Covid-19 (fasi successive di sviluppo clinico) per l’ottimizzazione della dose e le verifiche di efficacia».

Alla Fondazione Toscana Life Sciences spiegano che «l’anticorpo ha dimostrato finora (in vitro e in vivo) una potenza di neutralizzazione tale per cui è sufficiente un dosaggio più basso rispetto ad altri trattamenti analoghi e potrà così essere somministrato attraverso un’iniezione intramuscolare con un impatto ridotto su strutture ospedaliere e sistema sanitario nazionale».

Andrea Antinori, direttore di Immunodeficienze virali allo Spallanzani di Roma, sta solo aspettando l’ok a procedere. «Siamo in attesa dell’avvio del programma ministeriale di somministrazione per le persone a rischio. Ovvero quella popolazione vulnerabile che pur essendo affetta dalla malattia lieve, e che quindi è fuori dall’ospedale, ha più probabilità di sviluppare forme gravi». La terapia dei monoclonali, oltre a mettere un freno alla variante inglese che sta ribloccando l’Italia, rappresenta una «stampella» fondamentale alla campagna vaccinale, per traghettarci verso una protezione di massa più consistente di quella di adesso e per prevenire, nelle persone più fragili, degenerazioni dell’infezione.

«Gli anticorpi monoclonali non sono ancora del tutto disponibili. Io ne ho potuto somministrare, in tutto, uno. In un solo caso, con una procedura di tipo compassionevole – spiega l’infettivologo Massimo Galli del Sacco – Ma l’utilizzo corrente è ancora da definire sulla base di disponibilità che si prospettano, però, nel brevissimo termine. Hanno senso e utilità per le persone che sono nelle primissime fasi di malattia e che hanno connotazione caratteristiche tali da essere considerate come persone a rischio di un’evoluzione negativa». In generale «su 100 persone che si infettano 5 andranno in ospedale e uno morirà. Il discorso cambia se la scelta si fa sulle persone con fattore di rischio importanti. Su quelle va operata un’attenta valutazione di classificazione dei fattori di rischio clinici che identifica coloro che, nell’arco di primi giorni di malattia, è opportuno che facciano i monoclonali». Tra i punti di forza della terapia ci sono i tempi: una sola iniezione, renderebbe gli anticorpi efficaci nel giro di poche ore, garantendo un’istantanea copertura contro il virus.


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