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(Udine)I posti letto della Clinica di Malattie Infettive sono sempre tutti occupati. L’impatto dei pazienti ricoverati è importante su tutte le strutture Covid del Friuli Venezia Giulia“. Non nasconde la sua preoccupazione il direttore del reparto, il dottor Carlo Tascini. Da mesi la pressione sul Padiglione 9 dell’ospedale Santa Maria della Misericordia di Udine è forte così come su tutte le strutture della regione dove i contagi rallentano ma non si arrestano e la fine dell’emergenza sembra ancora lontana (guarda il video).

La terza ondata

Dopo il picco della seconda ondata a inizio dicembre, abbiamo registrato una discesa che si è arrestata poco prima di Natale. Da quel momento fino alla prima metà di gennaio abbiamo assistito ad un’altra impennata di casi e ad un aumento di ricoveri in area medica e in terapia intensiva, oltre che ad una chiara recrudescenza dei decessi che ancora oggi sperimentiamo“, spiega a ilGiornale.it Fabio Barbone, coordinatore della task force regionale anti Covid. Ed è così che il Friuli Venezia Giulia è entrato nella terza ondata della pandemia. “La discesa a dicembre ci aveva illuso e invece c’è stata una nuova risalita: è la cosiddetta terza ondata che gli esperti avevano ipotizzato“. Un nuovo aumento di casi, gli ospedali sempre più al collasso e il tasso di mortalità più alto in Italia hanno sommerso la regione. La terza ondata si è sovrapposta alla seconda – “che non si era esaurita del tutto“, sottolinea Barbone – provocando un’altra diffusione dei contagi. “Abbiamo avuto un aumento di focolai di persone non conviventi che si sono incontrate durante le festività – continua l’epidemiologo -. Parliamo di terza ondata perché rappresenta una modalità diversa rispetto alla precedente quando avevamo registrato un grosso incremento di casi legati ai luoghi di lavoro e alle scuole. Dopo che tutto questo era sceso, abbiamo visto risalire fortemente i parametri epidemiologici“. Difficile prevedere se la terza ondata si estenderà ora a tutto il Paese visto che “le restrizioni diversificate per regioni e province hanno effettivamente, a seconda del tempo e dello spazio, modificato la diffusione del virus“.

La nuova discesa dei contagi e il costante miglioramento dei dati degli ultimi giorni permetteranno alla regione autonoma di entrare in zona gialla a partire dal primo febbraio. Più severa invece la classificazione del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) che dipinge il Friuli Venezia Giulia (insieme all’Alto Adige) di rosso scuro sulla base dell’incidenza dei contagi per 100mila abitanti. La decisione europea, che inserisce la regione tra le aree in cui il virus circola a livelli molto elevati, ha scatenato la rabbia di Massimiliano Fedriga: “È vergognoso – ha tuonato il governatore -. Chiediamo al Governo di intervenire subito a livello europeo per sollecitare la correzione di questa mappatura che, prendendo in considerazione un unico parametro, penalizza esclusivamente chi è in grado di fare molti tamponi“.

Operatori stanitari allo stremo

In regione intanto la situazione sta migliorando. Ma se l’indice Rt è in calo, così come il numero dei focolai e dei nuovi casi, a preoccupare è il dato legato ai ricoveri ospedalieri. Il tasso di occupazione dei posti letto Covid sia nelle aree mediche che nelle terapie intensive resta infatti sopra la soglia critica. E getta nello sconforto il personale sanitario che da un anno ormai lotta senza sosta contro il coronavirus. “Ci siamo trovati investiti da questa pandemia che inizialmente ha tirato fuori tutta l’adrenalina e l’energia di cui dovevamo disporre per fronteggiare questo nemico. Dopo un anno però c’è tanta stanchezza, siamo molto provati fisicamente ma anche psicologicamente“, racconta il dottor Alessandro Giacinta, specializzando in Malattie Infettive (guarda il video). La dura battaglia contro il Covid si legge negli occhi stanchi di chi ogni giorno è in prima linea e non può permettersi di arrendersi, di chi costantemente deve fare i conti con i posti letto tutti occupati. “La cosa più frustrante è vedere la necessità di questi pazienti di respirare ma non riuscire a prendere quell’ossigeno di cui hanno bisogno – continua Giacinta con la voce rotta -. Si spera sempre di poter dare una cura, ma quando non si riesce diventa provante anche perché sono persone che vengono isolate dall’affetto dei loro cari e che nel momento dell’ultimo saluto non possono avere i familiari a supportarli. Le ultime persone che vedono siamo noi medici vestiti con questi dispositivi che ci spersonalizzano e ci snaturano“. Un evento traumatico che segna gli operatori sanitari e che preoccupa molto gli psicologi. “A un anno di distanza dai primi casi stiamo notando disturbi post traumatici da stress nel personale sanitario – spiega la dottoressa Francesca Fiorillo, psicologa del Centro Regionale Trapianti Fvg presso l’Azienda sanitaria universitaria del Friuli centrale, presidio ospedaliero di Udine -. L’ansia e l’incertezza della prima ondata hanno lasciato spazio a disturbi che vanno dall’insonnia allo sviluppo di pensieri e immagini intrusive. A questo si aggiunge la paura di portare il contagio a casa, lo stress della svestizione dai dispositivi di protezione e la mancanza di contatto tra pazienti e familiari che pesa molto su medici e infermieri“. E poi c’è la morte. Affrontare un numero sempre crescente di decessi lascia un segno profondo. Parla piano la dottoressa Elena Graziano, all’ultimo anno di specializzazione, quasi sottovoce: “Non siamo più il reparto di Malattie Infettive di una volta. Negli ultimi anni ho visto due morti, ora ne abbiamo un numero spropositato. È questa la cosa più difficile, non eravamo pronti a questa ondata di decessi“.

Fuori dalle grandi vetrate della Clinica di Malattie Infettive sono passate tutte le stagioni. E come dal primo giorno medici e infermieri avvolti nei loro dispositivi di protezione continuano a correre per tutto il reparto per far respirare i pazienti. “Quando è arrivato giugno e abbiamo visto che finalmente il numero di casi cominciava a calare eravamo sollevati perché potevamo tirare un po’ il fiato dopo mesi veramente pesanti però nessuno di noi si era illuso che fosse finita. Eravamo pronti a una seconda ondata, sapevamo che con l’autunno il virus sarebbe tornato“, confessa Giacinta. “Non credevo però sarebbe stato così devastante e aggressivo“. Con la fine dell’estate i pazienti sono tornati ad occupare i 59 posti letto della struttura e il numero di infetti e decessi in regione è iniziato a crescere giorno dopo giorno. “Tutto questo ha avuto una ricaduta pesante – continua il giovane specializzando -. In corsia è tornato l’incubo Covid con tutto quello che si porta appresso con la differenza che l’adrenalina della prima ondata era completamente scemata lasciando spazio a stanchezza, frustrazione e alienazione”. “Un evento traumatico e improvviso come il Covid ha spiazzato anche medici e infermieri che sono abituati a gestire la malattia. Dover reggere questi ritmi per tanti mesi esaurisce le risorse emotive ed espone ad un elevato rischio di disagio psicologico“, spiega la dottoressa Fiorillo che, con un gruppo di psicologi Asufc, fornisce supporto emotivo agli operatori sanitari in prima linea. “Cerchiamo di far uscire qualcosa di positivo da questa situazione e di insegnare loro a ritagliarsi dei momenti per sé. Prendersi degli spazi di decompressione emotiva è davvero necessario“. Ma non è facile. “Il lavoro non finisce nel momento in cui ti svesti dal camice e arrivi a casa. Mi ricordo la prima persona che ho dovuto salutare, le prime telefonate – confessa con un lungo sospiro Giacinta -. Dormire diventa complicato: tutte le facce, tutti i nomi sono indelebili. L’unica cosa che permette di andare avanti è guardare a chi ce l’ha fatta, a chi siamo riusciti a tirare fuori, a volte per i capelli, da questa situazione“.

Le giornate in reparto continuano tra orari massacranti e difficili condizioni di lavoro. Medici e infermieri si sentono lasciati soli e poco ascoltati. Al Padiglione 9 dell’ospedale si affronta un turno alla volta perché pensare ai prossimi mesi fa paura. “Temo che saranno intensi, non solo per le problematiche legate alla riduzione delle dosi disponibili di vaccino ma anche perché c’è bisogno di tempo per vaccinare un numero di soggetti tali che si possano vedere gli effetti dell’immunizzazione“, spiega l’infettivologo Tascini. E intanto il virus continuerà a circolare. “Bisognerà adottare ancora tutte le misure di autoprotezione onde evitare la diffusione ulteriore del contagio perché gli ospedali sono al collasso, il personale che lavora è carente ed è stanco. Noi sanitari stiamo vivendo ormai da un anno in autoisolamento, quello che facciamo è casa-lavoro costantemente. Dobbiamo tutti continuare a fare qualche sacrificio“, aggiunge Giacinta. La battaglia contro il Covid sarà ancora lunga, ma gli operatori sanitari di tutti i reparti dell’ospedale non intendono arrendersi. “Siamo stanchi e senza grinta ma andremo avanti come abbiamo fatto fino ad ora – afferma Graziano -. Dobbiamo fare ancora un ultimo sforzo. Poi ci saranno la primavera e l’estate, i numeri si abbasseranno e riusciremo a respirare un po’. I prossimi mesi li affronterò pensando che una fine prima o poi arriverà“.


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