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Il ministro Roberto Cingolani, ospite della puntata di ieri sera sul Tg2 Post, ha sostenuto che “non serve studiare quattro volte le guerre puniche” e che “occorre cultura tecnica”. “Serve formare i giovani per le professioni del futuro, quelle di digital manager per esempio”, ha aggiunto.

La ricetta del vertice del Dicastero per la Transizione ecologica è chiara: bisogna rivalutare i percorsi scolastici ed i programmi, privilegiando i saperi tecnici rispetto a quelli umanistici. Ma siamo sicuri che un digital manager senza competenze umanistiche risulti più funzionale in ambito lavorativo di una persona preparata in materia di guerre puniche? E siamo proprio certi, inoltre, che sapere umanistico e sapere scientifico non possano camminare di pari passo? La linea di demarcazione netta tra i due ambiti è tipica della cultura sessantottina. Ma i fatti tendono a smentire quell’ impostazione.

Sergio Marchionne, giusto per fare un esempio recente, era laureato in filosofia. E Marchionne ha fatto la storia dello sviluppo tecnologico ed aziendale d’Italia. Volendo alzare il tiro, si potrebbe ricordare che Galileo Galieli, pur avendo contribuito eccome al sapere scientifico globale, scrivesse in perfetto latino. Mario Tobino, che ha fornito un contributo decisivo alla letteratura italiana del novecento, era uno psichiatra. Carlo Emilio Gadda, scrittore che non ha bisogno di troppe presentazioni, era un ingegnere. E ancora Primo Levi: l’autore di “Se questo è un uomo” era un chimico. Luciano De Crescenzo, dopo la maturità classica, è divenuto un ingegnere idraulico. Di esempi se ne potrebbero fare tanti. Ma dovrebbe essere già chiaro come la “cultura tecnica” non sia giocoforza una rivale di quella umanistica.

Senza andare troppo lontano, si può far presente come il premier Mario Draghi, che ha cambiato il corso economico d’Europa e che ora sta portando l’Italia fuori da un complesso guado, abbia fatto studi classici, prima di passare a quelli economici. Siamo abbastanza certi che tutte le persone citate abbiano affrontato il capitolo sulle guerre puniche per più di una volta nel corso del loro periodo formativo.

Restiamo nel piano contemporaneo. Cosa dire delle indicazioni di Mark Cuban, uno dei re degli investimenti tecnologici del mondo? Lo statunitense ha consigliato ai giovani d’oggi d’impiegare il loro tempo sui libri dei filosofi. Era il settembre del 2018 ed il miliardario americano, come ripercorso da Sky Tg24, se n’è uscito così: “Farò una previsione – ha detto in un’intervista ad ABC – tra dieci anni la laurea in filosofia varrà molto di più di una laurea in informatica”. E questo perché la figura del filosofo esecutivo, in un mondo dominato dalla tecnica e dai tecnicismi, serve come il pane.

La cultura tecnica è di sicuro un elemento imprescindiibile per la modernità e forse faremmo bene a fare come gli statunitensi che indirizzano gli studi dei loro studenti, cercando di tutelare le vocazioni di ciascuno. La storia d’Italia è tuttavia un intreccio di genialità tra umanisti che hanno fatto la storia della tecnica e tecnici che hanno contribuito all’umanesimo culturale. E questo è un aspetto che andrebbe tenuto in forte considerazione.



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