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Il 2020 del viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri alle prese con la pandemia è stato un anno di dispiaceri, culminato nella richiesta di dimissioni del segretario generale del dicastero e nell’attacco ai suoi funzionari, accusati di non aver aggiornato il piano pandemico. Rabbia che arriva da lontano: «Quando ho avuto il Covid, mi ha fatto soffrire essere tagliato fuori», racconta al Corriere, «dal 10 marzo a metà aprile, dal Cts non mi hanno mandato un verbale, un rapporto, niente. Eppure, potevo lavorare, dare un contributo. I primi mesi, la comunicazione è stata difficile. Provai a inserire una mia osservatrice e, alla prima riunione, l’allontanarono con ostilità. Stando a indiscrezioni, addirittura in quanto donna. Proposi un altro osservatore e per un po’ non fu convocato. Il segretario del ministero Giuseppe Ruocco, che doveva essere il trait d’union e mandare le informazioni era, ed è, spesso assente alle riunioni. È possibile non tenere aggiornato il viceministro? Ho dovuto scoprire dai Tg il primo caso di due cinesi contagiati e portati allo Spallanzani. I primi tempi, mi costringevano a leggere anche cento pagine in sede, vietandomi le fotocopie».

L’origine della «guerra dei virologi»

La genesi dello scontro è tutta fra le righe del libro «Covid Segreto», edito da PaperFirst e scritto col divulgatore scientifico Alessandro Cecchi Paone, col quale forma una coppia di fatto da talk show. Fra le altre cose, vi si svela l’origine della «guerra dei virologi», con Cecchi Paone che accusa che «il Comitato tecnico scientifico nasce come centro di potere romanocentrico e maschilista» e Sileri che aggiunge che «formazione e gestione del Cts sono all’origine della rissosità nella comunità di infettivologi, virologi, epidemiologi». Qui, i due sono stati intervistati separatamente e riuniti idealmente.
In sintesi, quali segreti avete capito?
Cecchi Paone:
«Uno mondiale e uno nazionale. Mi assumo io la responsabilità di rivelare quello nazionale: la costituzione del Cts. Avevamo già organismi di valore da tutti rispettati come l’Istituto Superiore della Sanità e il Consiglio superiore di sanità. Perché serviva un organismo ulteriore? La risposta che mi do è: per il potere dei capi di nomina politica».
Sileri: «Il Cts era utile, ma sarebbe stato più utile più snello e con sottotavoli “on demand” di esperti di diversi territori e specializzazioni. Io proposi Massimo Galli, mi fu detto no; Maria Rita Gismondo e mi fu detto no. Ancora prima di Codogno, chiesi chi aveva fatto la rete Ecmo e scoprii che era Alberto Zangrillo. Dissi: coinvolgiamolo e non fu coinvolto. Verso fine luglio, vedevo le liti in tv e chiesi di ampliare il Cts con Andrea Crisanti e altri… Dissi: così, se devono discutere di scienza, lo fanno a un tavolo istituzionale. Mi sembrava essenziale introdurre dei clinici, specie del Nord dove avevano visto tanti pazienti, mentre nel Cts c’erano soprattutto ricercatori. La dottoressa Antonella Viola servirebbe perché è immunologa e brava a comunicare. Essendo chirurgo, spiegai che, se devo operare qualcuno, faccio un briefing con oncologo, radiologo, anestesista… e che, se il paziente assistesse, direbbe: grazie, ma non mi opero. Qualcuno si offese e pensò che volevo mandare via loro e prendere altri».
Cecchi Paone: «Sono stato il primo a far notare che non c’erano donne, poi introdotte grazie ai presidenti Conte e Mattarella. Inoltre, non erano rappresentate grandi realtà del Sud come il Cotugno di Napoli né un plotone di eccellenze del Nord. Perché Galli è da mattina a sera in Tv? Perché Bassetti è sempre in tv? Perché nessuno li ha messi nel Cts. C’è un solo pediatra, non ci sono psichiatri e sociologi».
Sileri, chi respinse i suoi nomi?
«Non è che dicessero né sì né no. Era tutto già fatto. Poi c’è stato il momento di “aggiungete, mettete, fate, arriviamo a trenta nomi” e, insomma, mi fu detto di no. E c’erano idiosincrasie: Zangrillo non era simpatico a qualcuno. Galli pure. Nel Cts, erano attenti solo a ciò che dicevo alla stampa, non al merito delle proposte, come la richiesta di valutare i test rapidi. Quando dissi che c’era troppa burocrazia nel Cts, lo dicevo a loro favore: reclamavo strutture satellite che li alleviassero dall’eccesso di richieste. E sono esplosi contro di me. Quindi, se dico “burocrazia” scoppia un casino, se dico “test rapidi” nessuno fa niente per due mesi. Non mi chieda perché, so solo che mi spiace dal punto di vista umano».
Quando le è stato dato il rapporto della Fondazione Bruno Kessler, che paventava 70 mila morti e che arriva al Cts a febbraio ma resta segreto fino a settembre?
«Non l’ho mai visto».
Il segreto mondiale che svelate qual è?
Cecchi Paone:
«Che l’Organizzazione mondiale della Sanità, all’inizio, era clamorosamente impreparata. Non lo diciamo da Trumpiani avverso all’Oms: al contrario, ricostruiamo i fatti auspicando un Oms più forte».
Sileri: «A gennaio, l’Oms ha cambiato approccio quattro volte in 16 giorni, con indicazioni altalenanti sulla definizione di “caso sospetto”. Fra gennaio e febbraio, la relativa tranquillità che vivevamo era mutuata dalle sue indicazioni, ma era evidente che il virus sarebbe arrivato con violenza».
Viceministro, e il pasticcio del rapporto critico sulla gestione della pandemia in Italia svelato da «Report» su Rai tre, firmato da Tommaso Zambon dell’Oms e censurato dall’Oms?
«Avrei preferito che fosse reso pubblico e che Ranieri Guerra, per il suo ruolo apicale nell’Oms, chiarisse subito cosa intendeva scrivendo che l’Oms è la foglia di fico delle decisioni impopolari del governo».
Quando realizza che non c’era un piano pandemico recente?
«Abbiamo visto subito che il piano era vintage e risaliva al virus H1N1. Chiesi lumi ma, alla fine, mi arrivò direttamente una bozza del piano di maggio 2020».
Quanto ci è costato non avere un piano aggiornato?
«Lo scheletro del piano si poteva usare. Io, già a fine gennaio, insistevo per assumere personale e acquistare materiali, proprio come accadde in previsione dell’H1N1».
Le scorte di mascherine e altri materiali c’erano?
«Organizzarle competeva alle Regioni e, a oggi, ancora non so dare una risposta su quante fossero, dove fossero e se ci fossero. Questa cosa dovrà essere chiarita».
Nel libro, lei dice di aver battuto spesso i pugni sul tavolo. Quando e perché?
«Se rispondo, mi devo dimettere domani. Le dico solo la prima volta, il 2 marzo, dopo essere stato a Wuhan e poi a Milano al Sacco e al San Raffaele. Chiedevo ventilatori polmonari. Ma tutto il mondo cercava materiali simili. Forse, a livello sovranazionale, qualcuno avrebbe potuto prevederlo e organizzarlo».
Pensa all’Oms?
«I dubbi su quanto è successo devono essere chiariti. Passata la guerra, occuparcene sarà doveroso».


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