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In una delle aule più grandi del Palazzo di Giustizia di Milano, quella della Corte d’assise di appello, per il rischio Covid non c’è spazio per un imputato che vorrebbe comparire in presenza nel processo di secondo grado in cui è accusato di omicidio. È quanto, come è stato già riportato dall’Agi, si è sentito rispondere un 46enne dai giudici d’appello che facendo riferimento al decreto “Ristori bis” gli hanno “concesso” solamente di seguire il dibattimento in video collegamento “Teams” dal carcere. “È assurdo lasciare fuori dall’aula un imputato in un processo in cui la posta in gioco sono i suoi prossimi 30 anni di vita”, commenta al ilGiornale.it l’avvocato Simona Giannetti che difende con la collega Maria Battaglini l’uomo arrestato a fine 2018 per un delitto del 2012 e condannato in primo grado l’anno scorso a 22 anni di reclusione. Nel ricorso la Procura generale ha chiesto la sua condanna all’ergastolo con isolamento diurno.

A monte del problema c’è appunto l’articolo 23 del dl 149/2020 con cui il governo Conte bis ha deliberato un drastico giro di vite sul giudizio di appello, scegliendo di sacrificare la dialettica orale tra le parti, in favore del contraddittorio scritto, per diminuire le presenze nelle aule di giustizia. “È improponibile usare il metodo cartolare in appello dal momento che si tratta di un processo di merito”, osserva Giannetti che il prossimo 15 febbraio chiederà di riaprire l’istruttoria dibattimentale portando all’attenzione dei giudici d’appello anche una denuncia in cui la difesa sostiene che i due principali investigatori abbiano “artefatto delle intercettazioni” agli atti dell’inchiesta. “Il legislatore non ha rispetto per l’imputato che dovrebbe essere il primo ad essere presente – prosegue il legale – Invece in un’aula che contiene circa 3 bilocali milanesi ci saranno l’accusatore, la difesa e i giudicanti ma non lui, l’imputato. È come dire, noi facciamo una festa siamo tutti lì ma tu collegati da Zoom”.

A vedere l’aula non si capisce come vi possa essere il pericolo Covid. Il 46enne, che ha sempre professato la sua innocenza, infatti potrebbe stare tranquillamente in una delle due grandi celle su cui sono stati fissati dei grandi pannelli di plexiglass, proprio per permettere agli imputati di assistere in presenza e in sicurezza alle udienze. “Le esigenze dettate dall’emergenza – conclude l’avvocato Giannetti – non devono essere tali da gravare sui diritti dell’individuo, come quello della difesa, altrimenti questo tipo di legislazione diventa una scusa per ledere i diritti”.


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