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«Tu che sei grande amico di Arcuri, lanciati nel business delle scrivanie. Non riesce a inserirti in questo business qua Arcuri?». La conversazione intercettata dalla Guardia di finanza, più che ventilare un qualche reato, inquadra il primo problema politico che le inchieste pongono sul conto di Domenico Arcuri: il commissario replicando a chi lo accusava di aver imbrigliato il libero mercato, si è «vantato con orgoglio» di averlo fatto per «creare un danno per i vergognosi speculatori» e «un danno a chi vuole guadagnare sul dolore».

E invece due inchieste romane sulle mascherine vedono in azione personaggi del sottobosco politico-imprenditoriale che, proprio in nome della consuetudine che hanno con Arcuri, promettono a imprenditori amici che li faranno diventare «mooolto benestanti».

Dopo Mario Benotti, il giornalista Rai in aspettativa cui Arcuri avrebbe affidato la mediazione sull’import di mascherine per 1,2 miliardi, il nuovo protagonista entrato in scena ieri è Vittorio Farina, già importante stampatore che aveva tentato senza troppa fortuna di lanciarsi nel business della stampa quotidiana. Come Benotti, anche Farina riferisce di telefonate e incontri con il commissario, il cui staff oggi fa sapere che «né la società né le persone coinvolte nelle indagini, hanno ricevuto alcuna promessa, alcun affidamento o alcun incarico dall’ex Commissario o dalla Struttura commissariale». Arcuri aveva addirittura detto di non conoscere Benotti, ma dalle carte dell’inchiesta sono poi spuntate le tracce di 1.228 contatti telefonici tra i due.

Dunque, stando alle piste seguite dagli inquirenti, Arcuri da paladino anti-speculatori si sarebbe trasformato in una calamita che attirava personaggi determinati a trasformare in miniera d’oro i nuovi bisogni collettivi creati dalla pandemia. Altra questione tutta politica, Arcuri aveva anche promesso che l’Italia da settembre 2020 sarebbe stata autosufficiente e invece ha continuato a importare mascherine dalla Cina, spiazzando tante imprese italiane.

Certo, Arcuri non era l’unico a trattare acquisti pubblici miliardari per l’emergenza, ma ha gestito la centrale per gli acquisti più ricca. Farina avrebbe però goduto di buone entrature anche presso altre amministrazioni, dal Lazio alla Sicilia. «Farina – si legge nell’ordinanza del Gip Francesca Ciranna – vanta rapporti con personaggi noti, come Roberto De Santis, l’ex senatore Saverio Romano, soggetti per il tramite dei quali riesce ad avere contatti con pubblici amministratori che in questo periodo si occupano delle forniture pubbliche di dispositivi medici e di protezione individuale». Francesco Saverio Romano (nella foto tonda, ndr), matrice Udc, per 17 anni in Parlamento, già ministro dell’Agricoltura nel governo Berlusconi IV, passato poi all’Ala di Denis Verdini, è un nome che nel panorama politico meridionale ha un peso. Leader di un movimento siciliano che fa parte di «Noi con l’Italia», il raggruppamento centrista guidato da Maurizio Lupi, stando ai totonomi girati durante la formazione del governo Draghi, sarebbe stato in corsa per un posto da sottosegretario, ma alla fine è rimasto fuori dalla lista. Sul suo conto, l’ordinanza svela un altro dettaglio tutto da chiarire: l’esistenza di un bonifico da 58.784 a nome suo e della moglie. Un cospicuo versamento eseguito dalla Ent, la società per conto della quale operava Farina: ben 58,784 euro. Un versamento «segnalato come operazione sospetta dalla Polizia Tributaria in quanto privo di causale», osserva il gip Francesca Ciranna nell’ordinanza. «Tutto regolare, sono consulente della Ent dal marzo 2020 con regolare contratto», è la replica dell’ex senatore.

Un altro ricco bonifico, 30mila euro, è destinato invece a Roberto De Santis, consigliere della società Proger, che non risulta coinvolta nell’inchiesta. Anche De Santis è un nome già noto nei dintorni della politica. Considerato storicamente vicino a Massimo D’Alema, era finito nel calderone delle inchieste sul giro di ragazze gestito da Gianpaolo Tarantini. Anche Vittorio Farina, del resto, ha già avuto guai giudiziari: un caso di bancarotta sfociato in un arresto nel 2015. Non le migliori credenziali per chi vantava la lotta agli speculatori. Frequentazioni imbarazzanti che starebbero spingendo il governo a mettere in dubbio il ruolo di Arcuri anche in Invitalia.


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