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Siamo alle prese con la variante inglese del Covid. Ormai in Italia più di un caso su due è “inglese”. Preoccupa perché è più contagioso del virus originario e colpisce anche gli adolescenti, che rimangono quasi asintomatici ma proprio per questo diffondono di più il virus, a cominciare dalle loro famiglie. Una bomba che gli algoritmi avevano previsto due mesi fa e che certi politici impavidi difensori di cene serali e piste da sci fingono di non capire per interessi elettorali. Non aiuta il fatto che le Regioni, padrone della Sanità e colorate più politicamente che con il codice-semaforo del ministero della Salute, continuino a pasticciare. Per esempio in Piemonte non si capiscono i criteri di precedenza: conosco persone quasi centenarie non vaccinate e ottantenni sani inoculati alla prima ora. Impossibile telefonare o scrivere mail, nessuno risponde, sempre occupato. Vano cercare nel sito della Regione, troverete solo un video del presidente Cirio che scarica su Roma e sull’Europa le proprie inadempienze (e le dosi non mancano né qui né in Lombardia!). 

Come tirare i dadi 

Dal punto di vista sanitario il problema è molto serio. Ma guardato con l’occhio del biologo, ciò a cui stiamo assistendo da un anno è un esperimento involontario su scala globale che ci fa vedere l’evoluzione darwiniana in atto: il Covid, inanimato fino a quando non entra in una cellula prendendone il comando, nelle nostre cellule si replica in miliardi di esemplari e ogni tanto nella discendenza c’è un errore di copiatura nella molecola di RNA che tramanda il patrimonio genetico. L’errore è casuale come tirare i dadi. Può depotenziare il virus, e allora ci è andata bene, può essere neutro, e resta tutto come prima, e può potenziare il virus, come è successo con la variante inglese. E’ il meccanismo della selezione naturale che da tre miliardi di anni orienta l’evoluzione della vita. 

Il viaggio segreto dei virus 

Senza rinunciare a metterci in guardia, e sempre esortandoci a prendere tutte le precauzioni possibili, Ilaria Capua ha scelto lo sguardo del biologo per spiegare ai lettori adolescenti il Covid e i suoi cugini scrivendo “Il viaggio segreto dei virus” (DeAgostini, 170 pagine, 13,90 euro). Dovrebbero leggerlo i più giovani, protagonisti “obtorto collo” di questa nuova fase della pandemia, e a maggior ragione gli adulti. 

Dall’Italia alla Florida 

Ilaria Capua, ricercatrice brillante, una volta lavorava in Italia. Nel 2006 rese pubblica la sequenza genica del virus dell’aviaria e si batté a livello internazionale perché i dati scientifici fossero di libero accesso. Come civiltà vorrebbe. Ne seguirono tre conseguenze: 1) La Capua per reati inesistenti finì in una vicenda giudiziaria da cui uscì assolta con i soliti tempi lunghi tipici della magistratura; 2) nel 2013 fu eletta alla Camera dei deputati; 3) nel 2016 si dimise per andare a dirigere il centro di eccellenza One Health dell’Università della Florida. Da allora la vediamo soltanto in tv, lavora dall’altra parte dell’Atlantico. 

Una sola salute 

“One Health” significa “una sola salute”. E’ l’idea-guida di Ilaria Capua. L’ecosistema del pianeta Terra è strettamente interconnesso: piante (il 97 per cento della biomassa complessiva), animali (circa il 2,5 per cento), umanità (0,022 per cento). Quindi la salute delle piante, degli animali (la Capua è veterinaria) e dell’umanità non sono separate ma hanno continue interazioni. “Il viaggio segreto” ci ricorda che il primo virus venne identificato proprio in una pianta, il tabacco. Fu Dmitri Ivanovsky nel 1892 a dare la prova dell’esistenza di questi agenti infettivi non batterici. La malattia che studiò è il mosaico del tabacco, ma attacca molte piante: patata, barbabietola, pisello, mais zucca. E’ un virus a RNA in unico filamento, proprio come il Covid, pur essendo per il resto completamente diverso.  

Salti di specie 

Il salto di specie (spillover) è diventato un concetto purtroppo popolare. Molte patologie influenzali ce le trasmettono gli uccelli, i suini sono un serbatoio di virus, il Covid ci arriva dagli unici mammiferi volanti, i pipistrelli, attraverso il pangolino. “Viviamo in un gigantesco ecosistema dove qualunque cambiamento può avere ripercussioni su tutti gli altri”, conclude Ilaria Capua, e aggiunge: “Forse però abbiamo imparato una lezione importante: sono bastate poche settimane di lockdown per far esplodere la natura in tutta la sua potenza (…) Forse la pandemia ci sta dicendo una cosa fondamentale a cui non pensiamo mai: la natura continua a prevalere sul progresso e sfidarla non conviene a nessuno (…) Le malattie di alcune specie fragili possono essere aggravate dall’inquinamento, dal degrado ambientale e dai cambiamenti climatici. (…) La salute delle altre specie è anche la nostra. Per questo l’informazione e la conoscenza sono più che mai importanti in questo momento storico: perché tutti possiamo prendere coscienza di quale sia la posta in gioco”. 

Capire e comunicare 

E questo è il punto di partenza di un libro di Francesco Maria Galassi: “Uomini e microbi: l’eterna battaglia. Dalla preistoria al Coronavirus” (espress, 184 pagine, 14 euro). Obiettivo di Galassi, medico e paleopatologo, è far comprendere “come gli eventi epocali dei nostri giorni possano trovare un’originale ed efficace chiave di lettura nella riscoperta della storia delle malattie infettive e delle loro manifestazioni epidemico-pandemiche, al tempo stesso osservando come l’umanità abbia modificato – o non abbia affatto modificato – la propria maniera di reagire a questi fenomeni, tanto a livello pratico (prevenzione e cura) quanto teorico-comunicativo (comprensione del problema sanitario e sua comunicazione alle persone)”.  

Prima pandemia dei social 

Galassi ripercorre la storia delle grandi epidemie dalla peste di Atene a quella di Giustiniano, dalla “morte nera” del 1348 vissuta e descritta da Boccaccio a quella “peste bianca” che fu la tubercolosi all’influenza spagnola che seguì la prima guerra mondiale. Attualissimo l’ultimo capitolo che tratta la disinformazione e il complottismo che sempre accompagnano le pandemie. Anche in questo il Covid costituisce un esperimento inedito. E’ il primo virus globale nell’era dei social: tre miliardi di umani tra loro connessi da Internet. L’infodemia, come ha detto il direttore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.  


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