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Su due fronti Uber non è disposta a cedere alle imposizioni della magistratura, scesa in campo in difesa dei fattorini in bicicletta che sfrecciano per le città: niente visite mediche periodiche e niente bicicletta. Per le une e per le altre, i rider dovranno continuare a arrangiarsi. Ma per tutto il resto, la multinazionale dei trasporti privati ha accolto tutte le condizioni che la Procura di Milano aveva dettato nove mesi fa, quando con un provvedimento senza precedenti aveva chiesto e ottenuto il commissariamento della sua filiale italiana. Ieri il pm Paolo Storari chiede al tribunale la revoca del provvedimento, dando atto che gli amministratori giudiziari e la proprietà hanno messo in campo innovazioni che migliorano radicalmente le condizioni di lavoro dei fattorini – quasi tutti maschi, giovani e stranieri – che garantiscono la consegna a domicilio di cibo (e molto altro) nell’Italia del lockdown. Una storia che dimostra come si possano conciliare esigenze e profitto dell’impresa con i diritti dei lavoratori.

Non tutto è risolto. Anche perché mentre Uber era sotto amministrazione straordinaria, un’altra indagine della stessa Procura la metteva nel mirino insieme ad altri tre colossi del settore (Glovo, Just Eeat e Deliveroo)intimando una serie di garanzie a favore dei rider e annunciando multe per 773 milioni di euro. Non è più tempo di dire che sono schiavi, ma di dire che sono cittadini», aveva tuonato il procuratore Francesco Greco.

Uber si è portata avanti, incamerando e mettendo in pratica buona parte delle prescrizioni dell’Ispettorato del lavoro. Spariscono i famigerati algoritmi, i programmi che penalizzavano i rider non disposti a lavorare nelle condizioni meteo avverse. Vengono alzati del 50 per cento rispetto al contratto nazionale i compensi per le corse brevi, le più diffuse. Viene inserito sugli smartphone un programma di riconoscimento facciale per garantire che a effettuare la consegna sia davvero il rider registrato in banca dati: una misura necessaria per combattere la piaga del caporalato, che vedeva numerosi stranieri con permesso di soggiorno subappaltare il lavoro a immigrati clandestini in cambio di percentuali che arrivavano a metà del compenso.

Poi ci sono le misure di sicurezza, dai caschi ai catarifrangenti ai corsi di italiano e di educazione stradale, tutti a spese dell’azienda. E soprattutto c’è il contratto di assicurazione che tutela sia i rider coinvolti in infortuni sia il cittadino che venisse investito da uno di loro. É una innovazione indispensabile, vista la velocità media dei rider urbani (anche se le statistiche ufficiali fornite alla Procura da Uber non segnalerebbero una quantità significativa di incidenti).

Resta irrisolto, sullo sfondo, il nodo cruciale dell’inquadramento contrattuale dei rider: lavoatori autonomi o dipendenti? Nell’inchiesta contro le quattro multinazionali, la Procura si è schierata nettamente a favore della seconda ipotesi, chiedendo l’assunzione dei sessantamila fattorini. Nell’accordo che ha chiuso il commissariamento di Uber il tema non viene affrontato. Ma la linea delle aziende è chiara: se dovessimo assumere tutti lasceremmo l’Italia.


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