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Big Pharma taglia le consegne. Bruxelles minaccia di bloccare le esportazioni all’estero per tenersi per sé i vaccini. E il braccio di ferro sulle forniture non fa che compromettere le campagne vaccinali, già in ritardo, dei Paesi membri. L’Italia, dopo aver mostrato i muscoli con una diffida a Pfizer caduta nel vuoto, sceglie di giocare in casa e punta sul vaccino di Stato. Peccato che, dall’efficacia, all’utilità fino ai diritti sul brevetto, sono molte le cose che non tornano sul candidato dell’azienda di Castel Romano.

Arcuri punta sul vaccino di Stato

ReiThera riceverà dallo Stato italiano 81 milioni di euro. A mediare l’operazione annunciata a fronte stampa: InvItalia, l’agenzia per gli investimenti guidata dal commissario straordinario all’emergenza Domenico Arcuri e controllata al 100% dal ministero dell’Economia. Gran parte dell’investimento (69,3 milioni) sarà destinato alle attività di ricerca e sviluppo per la validazione e produzione del vaccino anti-Covid. Il resto (11,7 milioni) servirà per ampliare lo stabilimento di Castel Romano dove verrà prodotto il vaccino. Non solo. Inoltre, in attuazione dell’articolo 34 del decreto-legge 14 agosto 2020, Invitalia diventerà socia di Reithera con una quota pari al 30% del capitale della società. Assicurandosi, così, una partecipazione di minoranza al vaccino semi-pubblico.

Ma non si tratta dei primi finanziamenti statali ricevuti da ReiThera, che ha avviato la sperimentazione del vaccino anti-Covid nell’agosto 2020. Il ministero dell’Università, Regione Lazio e Istituto Spallanzani di Roma hanno finanziato il progetto con 8 milioni di euro, di cui 5 dalla Regione Lazio e 3 dal Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche, ente pubblico su cui vigilia il Miur). In cambio la società di Castel Romano ad aprile 2020 aveva garantito 6 milioni di dosi a inizio 2021, che sarebbero state disponibili in anticipo sui dati dei trial proprio per essere pronti in caso di approvazione e sfornare a regime 100 milioni di dosi all’anno. Ma siamo a febbraio, Reithera ha appena concluso la “fase 1” di sperimentazione e le 6 milioni di dosi promesse ancora non si vedono.

Un vaccino in ritardo: i dubbi su efficacia e utilità

Dai dati di fase 1 presentati in pompa magna il vaccino di Reithera sarebbe un ottimo investimento. Dopo 28 giorni dalla vaccinazione con il vaccino italiano prodotto da ReiThera “oltre il 94% dei soggetti nella fascia d’età 18-55 anni vaccinati con una sola dose – ha dichiarato, durante la conferenza stampa di presentazione, Giuseppe Ippolito, direttore Scientifico dell’INMI Spallanzani – ha prodotto anticorpi, ed oltre il 90% ha sviluppato anticorpi con potere neutralizzante nei confronti del virus. Con una singola dose abbiamo ottenuto risultati in linea con gli altri vaccini, quello di Pfizer e di Moderna”. Peccato che a spezzare gli entusiasmi sia già arrivata la smentita. Le dosi, come specifica Arcuri a Il Foglio, saranno due. Un’inversione di rotta che solleva qualche dubbio sulla qualità di un vaccino che ancora non è pronto, ma che c’è già costato 81 milioni di euro.

Non solo. Ha senso investire su un siero identico ad altri molto più avanti nella sperimentazione o già approvati (come quello di AstraZeneca), quando, con le varianti che galoppano, converrebbe allargare il ventaglio di alternative disponibili? Una volta pronto rischierebbe di essere inutile. La tabella di marcia prevede che le fasi 2 e 3 si concludano nei prossimi mesi e a giugno potrebbe arrivare il via libera delle Agenzie del farmaco europea e italiana. I tempi sono strettissimi e le perplessità degli esperti aumentano. “Se il vaccino di ReiThera – si chiede su Twitter Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe – ha concluso da poco la fase 1, come trovare i volontari per un trial di fase 3 vs placebo con numerosi vaccini già disponibili?”. Insomma, l’ennesimo spreco di soldi pubblici targato Arcuri pare dietro l’angolo.

Ma il vaccino di ReiThera è proprio tutto italiano?

“È un accordo importante per ridurre la dipendenza del nostro Paese in un settore delicatissimo per la tutela della salute dei nostri cittadini”. Così Domenico Arcuri presenta l’operazione ReiThera: la soluzione made in Italy per “raggiungere l’indipendenza anche sui vaccini, così come farebbe uno Stato illuminato”. Quindi, potremo contare su un vaccino fatto in casa con un brevetto controllato in parte dallo Stato? Non proprio.

Dall’aprile 2020 ReiThera fa parte di un consorzio paneuropeo per lo sviluppo del vaccino anti-Covid insieme alla tedesca Leukocare e alla belga Univercells. Univercells dovrebbe supportare l’azienda di Castel Romano nella produzione su larga scala del vaccino. Mentre Leukocare starebbe lavorando per assicurare la stabilità a lungo termine del vaccino, da conservare tra i 2 e gli 8° C. Trattandosi di un consorzio è difficile che, se l’operazione dovesse andare in porto, le due socie straniere non avanzino pretese su proprietà intellettuale e relativi introiti. A garantire sull’esclusiva italiana ci ha pensato il super commissario. Peccato che anche sull’italianità di ReiThera ci si qualche dubbio. ReiThera è controllata al 100% da Keires AG (società svizzera di diritto privato) e ha la sede nel Tecnopolo di Castel Romano. Soci di Keires – ha rivelato Report – sono lo stesso Stefano Colloca, Maurizio Cortese e Jamila Louahed e Emmanuel Hanon, vicepresidenti della britannica Gsk vaccines. Insomma, lo sbandierato vaccino tricolore, in ritardo e di dubbia utilità, di italiano avrebbe ben poco. E per ora, di italiano, ci sarebbero solo gli 81 milioni di euro che rischiano di andare sprecati.


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