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Tu per chi tieni?”. “Per AstraZeneca”. “Io invece per Pfizer”. E’ in corso di svolgimento il campionato dei vaccini che sono in testa nella classifica dei nomi più citati alla radio e alla tivù. Un tempo era proibito citare un marchio, si sarebbe detto “prodotto da una nota azienda farmaceutica di Pomezia” e via via per gli altri. Sul pianoforte a gran coda ripreso nel concerto dall’auditorium sul marchio Steinway bisognava incollare un adesivo nero, per evitare che lo spettatore fosse tentato di uscire dal suo monolocale per andare a comprarsene uno. Per gli elettrodomestici non era sufficiente nastrare il marchio perché ogni ditta aveva un suo design riconoscibile, così il frullatore era schermato da una pila di piatti o da un vaso di fiori. Come fare con le automobili se lo sceneggiato le prevedeva? La regola era: usare un modello italiano se la storia prevedeva che l’auto funzionasse alla perfezione. Se invece avesse dovuto avere un guasto o peggio ancora un incidente, si doveva noleggiare l’auto di un marchio straniero. Come reazione nasce la pubblicità sub liminare che agisce quando lo spettatore è indifeso. Il cosiddetto “product placement” ha una storia antica. Prima che fosse proibito fumare nei cinema, sullo schermo fumavano tutti inducendo gli spettatori ad accendersi una sigaretta. Perché il tavolino del bar è inquadrato dal basso? La risposta la danno i boccali di birra allineati in primo piano. Anche Gino Cervi nelle vesti del commissario Maigret ha fatto impennare i consumi di birra. Due protagonisti per puro caso s’incontrano sullo spiazzo di un distributore di benzina, con il marchio in primo piano. Per iniziare la sequenza di una cena gli interpreti consultano il menù: è colpa nostra se in bella evidenza figura il marchio del ristorante? Un gentile lettore mi scrive per sapere quale strumento uso per scrivere questa rubrica. Rispondo volentieri: con un MacBook della Apple. —

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