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Latitante ormai da sei mesi spaccati, dopo che la Cassazione gli ha confermato una condanna a 30 anni per associazione a delinquere finalizzata a traffico internazionale di droga. Graziano Mesina, 78 anni, ha fatto perdere le sue tracce la sera del 2 luglio scorso, prima che i carabinieri bussassero a casa del nipote, nella sua Orgosolo, dove viveva, per notificargli il provvedimento giudiziario che lo rispediva in carcere. Uccel di bosco da quel giorno: e chissà dove, e come, l’ex re del Supramonte ha saputo, poco prima di Natale, della morte per Coronavirus delle due sorelle, Rosa, 94 anni, che si è spenta il 14 dicembre seguita da Antonia, 77, il 18. Il virus era entrato nella casa delle due sorelle — che vivevano assieme sempre ad Orgosolo — a fine novembre e presto il quadro clinico di entrambe si è aggravato. La prima a finire in terapia intensiva all’ospedale San Francesco di Nuoro è stata Antonia. Fu proprio lei ad accogliere in casa per molti anni l’ex primula rossa del banditismo sardo quando nel 2004 Grazianeddu — penultimo di undici fratelli, sei maschi e tre sorelle — ricevette la grazia dal Presidente Ciampi. Antonia è morta nell’ospedale di Nuoro dove tre giorni prima si era spenta anche Rosa, la sorella più grande di Mesina. Nel corso del 2020 se n’era andato, non per il Covid, anche un fratello.

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Un record di 22 evasioni

Mesina — un record di 22 evasioni (in realtà fra tentate e vere una dozzina), più anni passati fra le sbarre, quasi 45, che da uomo libero — da era in libertà per decorrenza dei termini di carcerazione e attendeva la sentenza della Suprema Corte. Quando alle 22,30 del 2 luglio i carabinieri si sono presentati a casa del nipote con la notifica, hanno ricevuto una risposta secca:«Non c’é». Un colpo di testa di Grazianeddu, l’ennesimo? O l’ultimo colpo di teatro prima di uscire definitivamente di scena? «Irreperibile» è scritto adesso nelle informative degli investigatori. Catalogarlo come «latitante» è forse eccessivo: non è più l’agile, muscoloso e temuto capobanda che spavaldo percorreva in armi la campagna. L’ipotesi più plausibile è che a supportare Graziano Mesina nella fuga siano pregiudicati, coi quali l’ex esponente di spicco del banditismo sardo non ha mai interrotto le relazioni. La parola d’ordine per i carabinieri oggi sembra essere quella di «avere pazienza».

Ogni sera alle 18 si presentava per la firma

Una delle poche certezze è che dal pomeriggio del 2 luglio Mesina aveva deciso che in caso di condanna non avrebbe accettato di rientrare in carcere. Ogni sera alle 18, puntualissimo, percorreva il corso di Orgosolo e si presentava in caserma dai carabinieri per la firma. Non era un obbligo, ma lui ci teneva. «Così — scherzava — faccio due passi e parlo con qualcuno». Quel giovedì non aveva firmato.
Era tornato in libertà per decorrenza dei termini; le motivazioni della sentenza della corte d’appello non erano state depositate nei tempi e a giugno dello scorso anno è tranquillamente uscito dal carcere di Nuoro, con l’obbligo di residenza a Orgosolo. Irreperibile o latitante, per ora è un uomo libero. Ricercato come ai tempi in cui chiese il permesso di andare in bagno e saltò dal treno in corsa (1962) o si calò con un lenzuolo dall’ospedale di Nuoro. O ancora (1966) s’inerpicò sulle mura del carcere di San Sebastiano a Sassari e si lanciò giù da dieci metri. Con delinquenti comuni, brigatisti o estremisti di destra (Lecce, 1974) purché si potesse evadere.

Dall’amicizia con Turatello alla liberazione di Farouk

Rispettato per la sua fama di bandito d’altri tempi nel mondo della mala: dopo l’evasione di Lecce, Francis Turatello lo nascose a Milano, ma quello delle bische e delle entraineuses dei locali notturni era un mondo estraneo alle sue ruvidezze. Dopo più di trent’anni di prigione, Mesina ha avuto anche l’occasione per il riscatto: nel 1992 gli fu data una licenza premio e lui si dette da fare per far liberare Farouk Kassam. Come siano andate le cose (chi lo aveva incaricato della «missione»? consegnò lui il riscatto? parte dei soldi erano dei servizi di sicurezza?) non si è mai saputo. Pochi mesi dopo era in semilibertà, ma la polizia fece irruzione in una cascinale del Torinese dove viveva e vi trovò armi: riarrestato.

La grazia e la nuova condanna

Chi ritiene che Grazianeddu abbia avuto le occasioni per cambiar vita ma le abbia gettate al vento, ripercorre gli ultimi vent’anni. Libero per grazia ricevuta (presidente Carlo Azeglio Ciampi, 2004) era ritornato a Orgosolo. Faceva la guida turistica, portando comitive sul Supramonte e raccontando le gesta di bandito gentiluomo. Ma, dicono le sentenze, la sua era un’attività fittizia per coprire un lucroso traffico internazionale di stupefacenti:«Quando arriva la biada? È di buona qualità?», sentivano gli inquirenti che intercettavano le telefonate. Ennesimo arresto, capo di una banda di 25 trafficanti. «Innocente» si è sempre difeso «la biada era davvero biada, per le aziende di miei amici pastori». Trent’anni in primo grado, in Appello e in Cassazione, persino più dei 26 chiesti dai pm. Gli inviti per il «Grande Fratello» e reality vari, le serate fra le quinte in tv, i libri scritti a più mani, sono acqua passata. Ora c’è questa nuova latitanza. Segnata però dal dolore per la morte di Antonia e Rosa a cui Grazianeddu era legatissimo.

6 gennaio 2021 (modifica il 6 gennaio 2021 | 12:08)

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