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È quasi un romanzo epistolare. La lunga amicizia fra Alessandro Bonsanti e Carlo Emilio Gadda ci viene raccontata ora dal carteggio tra i due, che almeno per quando riguarda il secondo è anche una sorta di diario. Bonsanti, nonostante sia il più giovane, riveste un ruolo di asciutta figura paterna, consiglia, sistema i garbugli lavorativi ed esistenziali dell’amico, conduce in porto le prime pubblicazioni e poi lo assiste senza parere quando arrivano i grandi riconoscimenti. Gadda, che al tempo degli esordi, negli Anni Trenta, desiderava il «grosso pubblico», quando se lo trovò di fronte con il successo del Pasticciaccio (finalmente in volume nel 1957 ma iniziato 11 anni prima) e poi negli Anni Sessanta con La cognizione del dolore, ne fu atterrito. «Sono il pero e la zucca di me stesso», gli confessa citando una satira di Ariosto. La zucca cresce rapidamente ed è effimera, il pero è lento, solido, cauto, resistente.

Ora, con questo metaforico titolo, le 300 lettere sopravvissute a guerre e disastri, conservate nel Fondo Gadda del Gabinetto Vieusseux e in parte nel Fondo Liberati e presso gli eredi Bonsanti – queste ultime donate all’Istituto fiorentino proprio in occasione dell’uscita del volume -, vengono pubblicate per l’editore Olschki nella collana «Studi» del Gabinetto Vieusseux – che celebra i suoi due secoli, e per la prima volta è guidato da due donne: Alba Donati come presidente, Gloria Manghetti come direttore. Ci propongono non solo la vicenda umana di due protagonisti ma anche una storia culturale che riguarda il Novecento e i suoi intellettuali attraverso 40 anni di confronto, di «vita da scrittori», attraverso un’autobiografia a due voci. Ma non un diario: benché siano lettere privatissime, sono infatti tutte «scritte» guardando alla propria idea di letteratura, oggi si parlerebbe di una lunga autofiction.

 Gadda si racconta quasi come personaggio di sé stesso, gli episodi della propria vita vengono trasposti e ingigantiti, tagliati ironicamente, in una dimensione fantastica. Si parla anche di durezze estreme, patite o temute, di malattie vere o immaginarie, di grandi irritazioni, dal ’45 in poi, contro i politici della Repubblica: certo meno forsennate ma altrettanto aguzze di quelle contro Mussolini il «Gran Somaro» consegnateci da Eros e Priapo. Sembra di leggere il palinsesto della sua opera monumentale. «La vita qui è incredibilmente cara: un pasto in una bettolaccia, da non sfamarsi, costa 150-200 lire», scrive da Roma nell’ottobre ‘44, dove si è fortunosamente rifugiato lasciando Firenze ancora occupata dai tedeschi, fornendo un lungo e dettagliato preziario (cene, vino, barbiere, saponetta, vestiti), in una minuta e un po’ delirante vertigine della lista.

La lettera è degli anni in cui lo scrittore-ingegnere viveva di collaborazioni e anticipi per impegni che spesso non rispettava. Ed esemplare al proposito è la vicenda di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, destinato alle 100 mila copie, ma con una storia travagliatissima.

Gadda non riesce a consegnarlo e non sa più a che santo votarsi, pensando a «Garzanti, che sta col fucile spianato e, quel che è peggio, puntato su di me. Minaccia cause per danni, mi dà del farabutto, ecc. Ha ragione, in fondo». Ma anche significativo il risentimento beffardo contro Benedetto Croce e i crociani in genere, in post scriptum fulminante del ’45: «Ho l’impressione che Don Benedetto senta oscuramente che Freud ha fatto delle scoperte, se scoperte sono, molto più interessanti delle sue».

Sono lettere di testimonianza e, più degli altri carteggi già pubblicati, un’epopea dell’amicizia: per quel «tiranno Bonsanti, vero negriero» che gli aveva cavato già fra il ’38 e il ’41, per la rivista Letteratura da lui fondata, sette puntate della Cognizione del dolore, divinando il suo libro capitale, il capolavoro novecentesco. Quando nel ’63 il romanzo vince con la versione einaudiana il premio Formentor, conferito dagli editori internazionali, all’apice ormai della gloria letteraria, ecco che Gadda scrive all’amico non da trionfatore, ma da un naufrago, quasi cercando ancora, paradossalmente, una consolazione, come si legge in quella che pubblichiamo in questa pagina. Sepolto, ma non domo, dalla «valanga» della notorietà. —


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