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(Adnkronos)

“La preoccupazione che condivido con specialisti in prima linea come Carlo Selmi e con il responsabile del pronto soccorso in Humanitas, Antonio Voza, è che vediamo pazienti in fasi precoci arrivare già trattati con cortisone“. Ad accendere una spia è l’immunologo Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’Istituto clinico Humanitas di Rozzano (Milano) e docente di Humanitas University. “La chiave per affrontare Covid-19 è che dobbiamo imparare ad usare le armi che si rendono disponibili al momento giusto e sul paziente giusto. C’è una preoccupazione, che ha espresso anche l’immunologo Anthony Fauci. E riguarda l’unico farmaco che, al momento, secondo studi confermati, ha dimostrato di bloccare l’infiammazione e ha cambiato la storia della malattia: si tratta dei cortisonici. I dati che abbiamo si riferiscono al suo utilizzo in una finestra precisa – sottolinea l’esperto – tutti i protocolli e le linee guida fanno riferimento a questo”.

L’esperto solleva un tema delicato: quello dell’utilizzo di armi preziose ma nel momento sbagliato, un tempismo mancato che rischia di avere un effetto boomerang. “I cortisonici – spiega all’Adnkronos Salute – sono immunosoppressori. Ma se nelle fasi tardive di Covid-19 il sistema immunitario, quando va ‘fuori giri’, causa danni, nelle fasi precoci invece il sistema immunitario fa sì che fino al 50% dei pazienti siano asintomatici o paucisintomatici, è quello che fa guarire i malati e i cortisonici usati troppo presto potrebbero ostacolarlo. Ci sono dati che arrivano dalla Reumatologia e da Selmi che suggeriscono che, usati fuori dalla finestra corretta individuata, possono peggiorare Covid-19. C’è la preoccupazione che sia così. E occorre dunque usare saggiamente questa importante arma che abbiamo”. Quanto a possibili nuovi alleati che si affacciano all’orizzonte, alcuni studi accendono speranze sul potere antinfiammatorio della colchicina, vecchio farmaco per la gotta. “Il punto è che c’è solo un annuncio alla stampa al momento – osserva Mantovani – sembra promettente ma il mio giudizio lo darò quando vedrò gli studi con tutti i dati”.

Sempre per quanto riguarda la ‘lotta’ all’infiammazione che è l’aspetto più critico di Covid-19, continua lo scienziato, “abbiamo dati molto incoraggianti in arrivo su diversi inibitori di citochine, per esempio su un inibitore dell’enzima Jak. Che questo enzima fosse importante lo abbiamo capito tanti anni fa grazie a due grandi scienziati, Luigi Notarangelo e Anna Villa, che hanno scoperto come fosse alla radice di una forte immunodeficienza in alcuni bimbi. Ci sono studi promettenti su questo per Covid-19, e anche sull’inibizione dell’interleuchina 6 e su un antagonista dell’interleuchina 1, anche stavolta usati nei pazienti giusti e nelle finestre giuste”.

E poi c’è il capitolo anticorpi monoclonali: “Io sono un immunologo e ho un pregiudizio positivo, sono convinto che ci aiuteranno a curare Covid – dice Mantovani – Si stanno esplorando le loro potenzialità soli o con gli inibitori di citochine. Sono fiducioso e i dati sono incoraggianti”. C’è chi dice che in Italia ci siano detrattori di questo strumento.

“In realtà in Italia abbiamo diversi gruppi, come per esempio quello di Rino Rappuoli, che stanno facendo sperimentazione su questo fronte. E non è l’unico anticorpo italiano in corsa. Ci sono diverse strategie di questo tipo. Stiamo facendo quel che si deve fare, una sperimentazione rigorosa. In alcuni campi noi europei siamo più cauti. In ogni caso anche gli anticorpi monoclonali dovremo imparare a usarli bene. E quindi occorre uno sforzo su genetica e marcatori per dare al paziente la terapia su misura nel momento ideale”.



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