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La fanpage dedicata a Vincenzo Torcasio, alias Giappone, boss di ’ndrangheta condannato a 30 anni di carcere per omicidio oggi ha 18mila follower. E i numeri crescono anche se è ferma dal 2017. Perché è un vero e proprio manifesto criminale. Nella foto del profilo sono elencati i punti programmatici: «No al libero convincimento dei Giudici; rispetto per i diritti dei Carcerati; Dignità per ogni Detenuto; contro la Tortura del 41 Bis». Con le parole «carcerati», «dignità» e «detenuto» scritte in maiuscolo proprio come «giudice». I Torcasio sono stati protagonisti di una faida di ‘ndrangheta (Torcasio-Cerra contro Iannazzzo-Giampà) durata più di dieci anni a Lamezia Terme (comune sciolto per infiltrazioni mafiose per ben due volte). I follower sono per lo più ex detenuti e familiari. Non solo di carcerati calabresi ma appartenenti un po’ a vari clan di camorra, mafia e ‘ndrangheta. Una sorta di circolo in cui ritrovarsi.

Spulciando tra questi, infatti, si arriva facilmente ad altre fanpage su Facebook che fanno riferimento al clan dei «fraulella» di Ponticelli (Napoli), agli Aprea, gli Stolder, Marfè, Sibillo. Quest’ultimo è il baby boss che ha ispirato e ispira ancora oggi le varie paranze dei bambini. Fu ucciso all’età di 19 anni e il suo ritratto compare tra i vicoli di Napoli accanto a quelli di Pino Daniele, Massimo Troisi e Totò. Più che su Facebook e Instagram spopola su Tik Tok. ES17, ossia l’acronimo del nome seguito dal suo numero simbolo raccoglie 235,6k di visualizzazioni, come se fosse un divo del calcio, alla stregua di un CR7. Ed è solo la pagina più vista, ce ne sono altre con meno contatti.
Sono centinaia i video in cui si riprendono spezzoni del documentario Sky che ripercorre la sua storia criminale. Ancora di più quelli in cui le ragazzine eseguono il lipsync di Mariarca Savarese, la fidanzata di Es17, che analizza la vita del piccolo boss.

«Sono proprio le donne le chiavi d’accesso al social più di tendenza – spiega Marcello Ravveduto, ricercatore del Dipartimento di Scienze Politiche e della Comunicazione dell’università di Salerno -. I criminali gestiscono i social attraverso le donne. Sono più appariscenti, conquistano più seguito e veicolano meglio il messaggio. Spesso i profili sono cointestati perché quando il boss viene arrestato è la moglie che deve gestire la comunicazione». Fa l’esempio degli Stolder, clan di camorra egemone nel centro storico di cui oltre alle attività criminali nella droga e nel riciclaggio si ricordano le frequentazioni con Maradona e il funerale della sorella del capoclan, Amalia, in stile Casamonica (anche loro attivissimi sui social). Il profilo Facebook si chiama Tonia Lello Stolder, moglie e marito (che attualmente è recluso in carcere). I post sono eloquenti: «Mi hanno tradito persone che hanno mangiato a casa mia, dimmi tu di chi mo posso fidare». Poi seguono costantemente foto del marito e del marito con il figlio piccolo. Una specie di investitura. «Servono per affermare una presenza, anche se in carcere il marito deve essere ricordato al clan» spiega Ravveduto.
La moglie di un altro baby criminale, Ciro Marfè, ricorda sulla sua pagina: «La vera donna non abbandona il suo uomo, in nessuna difficoltà, ma affronta i problemi con lui» e a seguire: «Sei bella come una questura che brucia». Sono alcuni dei protagonisti delle cosiddette stese di camorra, ragazzini armati di pistola che marcano il territorio sparando in aria dalle selle dei motorini. Su Tik Tok c’è proprio un video tutorial di come si effettuano sparatorie di questo tipo, lo posta kekkofer. Ha ottenuto 16,1k di visualizzazioni e il suo profilo, pieno di video di questo tipo raggiunge 58,2k di utenti.
L’altro pezzo forte è «Finalmente libero», un video da 39k di visualizzazioni in cui si celebra la scarcerazione di un criminale. Non ci sono post di accompagnamento ma solo un emoji: una bomba con la miccia accesa. «E’ la nuova frontiera della comunicazione mafiosa sui social – spiega il docente di comunicazione Ravveduto -. La bomba ha due significati, può voler dire “sono un tipo forte, ho resistito a tutto” oppure “sono quello che comanda”. Spesso si trova l’icona 100% che vuol dire totale appartenenza a un clan oppure la siringa con la goccia di sangue che sta a celebrare un patto criminale appena stretto».

Il potere è anche estetica e allora su Facebook compaiono decine di pagine gestite da mafiosi come Aprea o Stolder in cui si posta quello che compra il boss, il nuovo taglio di capelli, lo champagne in casa, le scarpe alla moda. Come se curassero un brand. E in questo senso un evergreen è Totò Riina. Le fanpage a lui dedicate sono decine. Ciascuna con una media di 2-3000 follower. In passato le pagine social sono state utilizzate per le faide di camorra. Carlo Lo Russo, l’ultimo capo del potente clan soprannominato «I Capitoni», utilizzò Facebook per organizzare gli agguati ai rivali. In un’intercettazione viene ascoltato mentre parla con la moglie: «Cerca su Facebook… Questo è quel Francesco?», «Mi pare di sì…. questo è Raffaele… Ultimo… è uno della banda loro», «i Barbudos… guarda qua che c’è scritto: tutti insieme siamo grandi e comandiamo…». Fa infiltrare alcuni dei suoi nelle pagine social dei rivali per studiarne i movimenti e poi organizzare gli omicidi.

Anche l’uso della geolocalizzazione diventa uno strumento di mafia. «Emanuele Sibillo quando postava lasciava la geolocalizzazione aperta in segno di sfida, per dire: “Sono qui, se siete capaci venitemi a prendere”» ricorda Ravveduto. Fabio Orefice, dopo aver subito un agguato dal quale ne uscì miracolosamente vivo, aprì la sua pagina Facebook e sfidò i killer con un post: «Il leone è ferito ma non è morto» con accanto foto di armi. Evidentemente i suoi rivali erano tra gli amici perché a distanza di poche ore esplosero diversi colpi d’arma da fuoco contro l’abitazione della mamma. «Il dato allarmante è che i mafiosi fanno proseliti anche tra chi non è affiliato. Specialmente su social strutturati come Tik Tok dove basta diventare di tendenza per far vedere lo stesso video a migliaia di persone. Spesso trovo ragazzini che forse ingenuamente ripetono atteggiamenti, minacce, stili e lessico tipico delle mafie» conclude Ravveduto. Tra quelli che hanno reso virale un trand di ES17 c’è Marika, 12 anni. La canzone di sottofondo è quella di Enzo Dong: «Voglio solo un Ak47, quando dormo è lui che veglia su di me. mitra tu stammi vicino…».


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