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«Nel 1973, a seguito di un’epidemia di colera, nella sola Napoli in una settimana furono vaccinati un milione di pazienti»: sono le parole con cui il professor Roberto Burioni, in un tweet, ha sollecitato il governo ad accelerare la campagna vaccinale. «Non dite che non si può fare, perché è una bugia», ha aggiunto il virologo. L’esempio che riporta a sostegno di quest’affermazione risale all’estate del 1973, quando l’Italia fu colpita da un’epidemia di colera che raggiunse Napoli, Bari e alcuni altri comuni del centro-sud. Per stroncare la diffusione della malattia, le autorità allestirono una vasta campagna vaccinale, la più massiccia di tutto il dopoguerra. I cittadini immunizzati furono circa 900mila tra il 30 agosto e il 3 settembre di quell’anno. Lo testimoniano anche i resoconti dei quotidiani dell’epoca, Corriere incluso, che abbiamo ripescato dal nostro archivio. Ma anche allora non mancarono le polemiche.

Dai primi casi all’annuncio ufficiale passarono giorni

In totale, l’epidemia di colera del 1973 causò 24 vittime accertate a Napoli e altre 9 in Puglia. I casi furono poco meno di 300. Tutto ebbe inizio dopo Ferragosto, quando nel napoletano si registrarono alcuni casi di quella che venne scambiata per “gastroenterite acuta”. Nei giorni seguenti, iniziarono a moltiplicarsi i pazienti con gli stessi sintomi (diarrea, vomito, disidratazione), finché le analisi non dimostrarono che si trattava di colera. Tra i primi casi e la diagnosi corretta, però, passarono giorni. «Casi mortali di gastroenterite registrati a Torre del Greco», scrisse Il Mattino il 28 agosto.Il comunicato del ministero della Sanità che ufficializzava la presenza del colera a Napoli arrivò solo a sera, diffuso dal giornale radio delle 21 e 30. Molti ricordavano ancora cos’era successo quando il batterio aveva colpito Napoli nel 1910 (in città c’erano stati ben 111 decessi) ed erano passati pochi decenni dalla devastante epidemia del 1884, quando in Italia il colera uccise 14mila persone, di cui circa la metà a Napoli. Di conseguenza, in città si scatenò il panico e non mancarono le proteste per l’intervento tardivo delle autorità sanitarie. I cittadini presero d’assalto le farmacie e gli ambulatori, alla disperata ricerca di un rimedio. Il 29 agosto, sulla prima pagina del Corriere d’Informazione campeggiava il titolo: «Paura del colera». Il giorno successivo: «Contagiati anche i bimbi». Non appena fu data loro la possibilità di farlo, i campani corsero a vaccinarsi. Ma le dosi non c’erano, non subito almeno.

Le prime dosi di vaccino «chiaramente insufficienti»

Le polemiche furono accese. «Si fa strada l’opinione che una più immediata e consapevole reazione delle autorità alle prime segnalazioni d’allarme avrebbe potuto bloccare con notevole anticipo il contagio», si legge ad esempio sul Corriere del 31 agosto 1973. La campagna di vaccinazione, allora, era finalmente iniziata. Ma, si legge in prima pagina, «le dosi di immunizzanti affluiscono con eccessiva lentezza». Leonardo Vergani, inviato a Napoli per il Corriere, riferisce che il 30 agosto erano arrivate in Campania 17 mila dosi di vaccino, «un numero chiaramente insufficiente». Vergani racconta anche le misure prese allora per contenere il contagio, a cominciare dal divieto della vendita di frutti di mare (il colera con ogni probabilità era arrivato proprio attraverso una partita di cozze contaminate). Lette oggi, alcune delle norme elencate dal cronista suonano tristemente familiari: disinfezione delle strade (testimoniata anche da diverse foto dell’epoca), chiusura degli stabilimenti balneari («un duro colpo per il turismo settembrino, di solito molto ricco in questa zona», commenta Vergani), sospensione dell’attività scolastica «fino al 21 settembre».

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L’accelerazione della campagna di vaccinazione

Nei giorni successivi, in ogni caso, la campagna di vaccinazione fece un balzo in avanti. Il 3 settembre sul Corriere d’Informazione Pietro Radius riferisce che erano stati già vaccinati «più di ottocentomila napoletani». «Prima di sera», aggiunge, «potrebbero arrivare a sfiorare il milione» e, di conseguenza, «in città si nota un clima molto più sereno». Il direttore sanitario del Cotugno, il professor Ferruccio De Lorenzo, dichiarò al Corriere: «Fin dal primo giorno avevo chiesto che l’intera popolazione fosse sottoposta alla vaccinazione, ma nessuno mi dava retta. Anche a Roma, al ministero, non sembravano rendersi conto della situazione. Dicevano che avrebbero provveduto al vaccino “con gradualità”. Poi fortunatamente si sono mossi e devo dire che le cose sono state fatte bene e speditamente. Considero che quando sì sarà vaccinato l’ottanta per cento della popolazione, che potrebbe essere anche oggi, avremo raggiunto la quota di sicurezza ». Per rendere possibile la campagna di immunizzazione, in città erano stati allestiti decine di centri dove il vaccino poteva essere somministrato. Al 3 settembre ne risultavano attivi «44 nella sola Napoli», riferisce Radius nel suo servizio di approfondimento. «Dobbiamo ammettere», commenta l’inviato, «che la confusione è stata forse più apparente che reale e che l’organizzazione ha retto alla prova». La campagna di vaccinazione è stata condotta anche grazie al supporto dei sanitari della NATO di stanza in Campania, dotati di «siringhe a pistola» capaci di somministrare le dosi in tempi molto rapidi.

L’epidemia in Puglia

Le vittime, intanto, aumentavano: il 3 settembre se ne contavano 10 a Napoli, cinque a Bari, una a Roma. «Adesso la paura è in Puglia», scrive Angelo Falvo sul Corriere d’Informazione. Anche a Bari, la seconda città più colpita dopo Napoli, la campagna di vaccinazione inizia col piede sbagliato: «Sono arrivate 200 mila dosi di vaccino e altre 100 mila sono in arrivo oggi, ma la popolazione di Bari è di circa 400 mila e l’intera zona supera il milione». Si ripete il copione già visto in Campania, con ambulatori presi d’assalto e medici «sull’orlo del collasso».

L’accusa: «Le scorte di vaccino erano insignificanti»

Il 5 settembre, il Corriere d’Informazione apre con un j’accuse che rivela gli «sconcertanti retroscena» dell’epidemia. L’inchiesta pone al centro un’intervista a Emilio Mussini, ricercatore all’Istituto «Mario Negri» di Milano, che dichiara: «Quando è scoppiata l’epidemia, le scorte di vaccino erano insignificanti rispetto alla popolazione italiana: mettiamo qualche centinaio di migliaia di fialette. Gli Italiani sono 53 milioni: il rapporto diventa ridicolo. In altre nazioni si programmano riserve che tengano conto della realtà globale e, a cura dello Stato, vengono rinnovate ogni 18 mesi. In Italia si fa qualche cosa del genere, ma solo per le malattie degli animali». La sua conclusione è spietata: «Ci siamo accorti che l’eventualità di un’epidemia di colera non era stata prevista». Parole che suonano drammaticamente simili a quelle che tante volte abbiamo letto negli ultimi 12 mesi a proposito dell’epidemia di Covid. Il procuratore capo della Procura di Bergamo Antonio Chiappani, intervistato da Fiorenza Sarzanini a inizio dicembre, ha dichiarato ad esempio: «Eravamo impreparati. Questo ormai mi pare un dato acquisito. Finora abbiamo rilevato purtroppo che c’è stata tanta improvvisazione».

6 gennaio 2021 (modifica il 6 gennaio 2021 | 16:47)

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