Seleziona una pagina
Condividi

(Adnkronos)

“È singolare supporre che la sedia dei comunicatori papali attuali possa traballare per il mancato rilancio di due interviste del Pontefice: in primis perché Bergoglio non è un uomo umorale che dà e toglie incarichi secondo gli impulsi del momento e in più perché la crisi della comunicazione vaticana va ricercata in ben altro”. A dirlo Francesca Immacolata Chaouqui, che in Cosea (la commissione pontificia incaricata della riorganizzazione economica del Vaticano) ricoprì il ruolo di responsabile del progetto di riforma dei media vaticani, il Vatican Media Center, in merito ai vertici della comunicazione vaticana convocati, secondo alcuni voci, da Bergoglio che non avrebbe gradito la censura che attuano ogni volta che decide di concedere un’intervista. “Quando in Cosea ho progettato il nuovo assetto del Vatican Media Center non era il risultato attuale quello a cui il lavoro di risistemazione aveva teso”, specifica subito Chaouqui.

Poi sottolinea: “E’ probabile che il Pontefice si sia accorto degli effetti tra la distanza dell’attuale gestione e il piano originario del loro mandato. Il piano operativo del Vatican Media Center prevedeva, tra le altre cose, la realizzazione di un piano di comunicazione annuale che tenesse conto globalmente degli eventi e dell’azione sia del Pontefice sia della Curia e che ne creasse una narrazione complessiva, articolata, esaustiva. Non solo una vetrina di belle notizie ma anche e soprattutto un contenitore di chiarimenti, spiegazioni, delucidazioni sulle scelte e sui fatti”.

“In Cosea – aggiunge parlando con l’Adnkronos – avevo chiaro che per raccontare un pontificato, la cui mission, tra le altre, è riformare gli affari economici, significasse creare una cabina di regia di crisis communication, aprire la sala stampa soprattutto quando i casi e le situazioni sono complicate per poterle spiegare. Aprirla, in particolar modo, ai giornalisti che si occupano di inchieste, governare la notizia, dialogare con loro. Meno interviste ma concesse su temi di portata mondiale a giornalisti autorevoli e su tematiche globali. Ed è sui casi difficili che si vede la bravura di un comunicatore, in questi mesi ne abbiamo visti, e sta per aprirsi il processo più grande che la Santa Sede abbia mai affrontato sia per la complessità dei temi trattati sia perché mette a nudo i punti nevralgici della gestione economica della Sede Apostolica. Fallire su questo, significherebbe che il Vatican Media Center avrebbe fallito in totale. E a quel punto andrebbe ripensato sia nella concezione che nella guida”. Quindi, “nel redde rationem sulla comunicazione ci potrebbe essere un monito a cambiare rotta, a governare le notizie, a riprendere in mano il progetto originale ma è rivolto, secondo me, non solo ai comunicatori ma anche (e soprattutto) ai superiori. Altrimenti il Papa ha dimostrato che è capace di fare da sé, come su tutto d’altronde”, conclude Chaouqui.



Fonte originale: Leggi ora la fonte


Condividi