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Conosco Claudio Bonifacio da tanti anni. Lui è di Trieste, ma vive a Siviglia. E’ al centro di una montagna di documenti che riguardano la Via delle Indie, vale a dire la rotta tra la Spagna e le sue colonie marittime, che in seguito diventeranno America (Amerigo Vespucci, che fu al servizio di Colombo). Da sempre scandaglia i fascicoli e i libri rilegati dell’Archivio delle Indie di Siviglia, prima solo cartacei e ora in parte digitali. Bonifacio, che ha scritto un libro in tema, “Galeoni e tesori sommersi” edito da Mursia, è anche al centro di quel mondo un po’ in chiaroscuro che si muove intorno alla ricerca dei relitti e dei tesori sommersi. Un mondo fatto di ricercatori, di funzionari pubblici, ma anche di avventurieri. Gli appartengono personaggi da film, ma anche società quotate e pure gente senza scrupoli.

Il caso della campana della Santa Maria rivendicata da Roberto Mazzara lo ha coinvolto in prima persona. Se dovessi immergermi nell’Archivio delle Indie mi rivolgerei infatti a Bonifacio, che sa dove cercare. Perché è vero che ci sono i cataloghi e gli inventari, che c’è un sito dove puoi trovare i fondi che racchiudono migliaia di documenti, il Portal de Archivos Espanoles (Pares) del ministero della Cultura, ma è anche vero che se non parti col piede giusto ti perdi e potresti impiegare mesi a trovare quello che cerchi.


Claudio Bonifacio

 

Il naufragio del San Salvador

Brevissimo riassunto. Mazzara racconta (vedi i due articoli precedenti su lastampa.it/Mare) di aver trovato la campana nella zona in cui sarebbe naufragato il San Salvador, il galeone che la trasportava, da San Juan di Porto Rico alla Spagna, forse su mandato di Luigi Colon, il nipote di Colombo. Il reperto è venuto a galla durante una sua immersione davanti a una spiaggia di Figueira da Foz, un piccolo centro del Portogallo che un tempo si chiamava Buarcos. Prima domanda. Perché in Portogallo? “Di ritorno dall’America le navi spagnole usavano rientrare in Patria passando dalle Azzorre. Le navi prendevano come riferimento il rilievo nell’isola del Pico, quindi procedevano per traguardare cabo San Vincente e quindi la Sierra de Monchique per poi giungere a Sanlùcar e Siviglia”, mi spiega Bonifacio.

Il ricercatore triestino parte da un’opera poderosa, “Seville et l’Atlantique 1504-1650” di Pierre e Huguette Chaunu, che riporta in diversi volumi i Registri di carico delle navi che facevano rotta tra Spagna e le Indie, quindi incrocia i dati con un’altra fonte bibliografica, vale a dire i volumi della “Armada Espanola” e di “Nuafragios de la Armada Espanola” di Cesareo Fernandez Duro, che riporta la lista dei naufragi e poi amplia la ricerca con i riferimenti geografici e con le comunicazioni tra Indie e Spagna e viceversa dei governatori e degli ufficiali della Casa di Contrattazione di Siviglia. In questo modo arriva a restringere la lente su tre navi che dovevano trasportare 288 verghe d’argento da consegnare agli ufficiali reali della Casa di Contrattazione: erano le navi San Salvador (niente a che fare con quella della campana), Regina Coeli e Dona Juana. La flotta salpa da L’Avana, incontra un fortunale all’uscita del canale di Bahama, ripara su San Juan di Porto Rico. “L’11 aprile 1555 la Casa di Contrattazione invia Luis de Carvajal con altre tre navi per recuperare quell’argento e riportarlo in Spagna”, prosegue Bonifacio.

Queste nuove navi si chiamano Santa Catalina, che è l’ammiraglia e quindi le restanti ambedue San Salvador. Il 18 ottobre 1555 le unità salpano per la Spagna. La prima arriverà a Lisbona, le altre due naufragheranno. Una a Carrapateira, nell’Algarve e l’altra a Buarcos in Portogallo. “La Casa di Contrattazione inviò suoi ufficiali per recuperare il carico, ma certo all’epoca non si immergevano. Parliamo di quello che poteva arrivare sulla spiaggia, fermo restando che la popolazione locale usava impossessarsi di ciò che giungeva a riva”. Ci sono lettere, resoconti, atti. “Lo Stato non era in grado di erogare denari per la ricerca, ci fu un bando per affidarla a privati. Ci furono anche contenziosi avanzati dai proprietari delle navi e della parte di carico privato”.


La campana trovata da Roberto Mazzara nel 1994 sulla costa del Portogallo e rivendicata come quella della Santa Maria

 

L’articolo di Mondo Sommerso

Nel 1990 Bonifacio scrive un articolo per la rivista Mondo Sommerso in cui riporta dei due naufragi di Carrapateira e Buarcos (oggi Figueras da Foz). Successivamente, nel 1991, un portoghese, Vitor Cruz, trova il relitto di Carrapateira cui poi subentrò il Centro nazionale di Archeologia nautica e subacquea, che realizzò un’attività di scavo. Le autorità impedirono ulteriori immersioni sul sito. Dove arrivò anche Mazzara, inutilmente. Mazzara, lo ricordo, aveva letto l’articolo di Bonifacio su “Mondo sommerso” e si era messo in testa di ritrovare i due relitti delle navi San Salvador. Provò con quello di Carrapateira, quindi si concentrò su quello di Buarcos.

L’incontro tra Bonifacio e Mazzara

Il ricercatore triestino lo racconta nel suo libro, “Galeoni e tesori sommersi”. Scrive di aver incontrato una prima volta un misterioso italiano nel 1986, a Siviglia, il quale dopo aver parlato di naufragi e galeoni gli disse di essere stato mandato dalla Marina militare per interessarsi “di un certo affare”. Nel 1998 Roberto Mazzara si rifà vivo con Bonifacio (“ma la prima volta non si era presentato con questo nome”). “In verità prima di lui nel 1998 si fece avanti l’ingegnere Albano Trombetta, che mi coinvolse in un progetto a Cuba e che mi propose anche di partecipare a un reportage per la Rai di Puccio Corona su un italiano che aveva trovato il relitto della San Salvador a Buarcos e una campana che diceva essere della Santa Maria di Colombo”, ricorda Bonifacio.

Ovviamente quell’italiano era Mazzara. La comitiva va a Buarcos, Bonifacio spiega a Mazzara, che rivendicava la preziosa origine della campana, che fino ad allora in merito ai naufragi delle due San Salvador c’era di noto e provato solo i nomi delle navi e dei comandanti. Mazzara gli mostrò anche un documento che faceva forse parte di un Libro di Registro in cui si parlava del carico del San Salvador di Buarcos e dove veniva menzionato “il signo (campana) di Navidad”. Mazzara sosteneva che la campana fosse della Santa Maria, la caravella di Colombo, all’epoca una delle poche navi ad avere una campana navale a bordo, perché costruita in Galizia dove si usava imbarcarle a differenza delle navi costruite altrove; nave, la Santa Maria, che naufragò a Hispanola; la sua campana finì custodita nel forte-villaggio di Navidad, fondato da Colombo sempre a Hispanola.


La spiaggia di Osso da Baleia, a Figueras da Foz, in Portogallo, davanti alla quale Roberto Mazzara ha trovato la campana

 

Da qui in poi la storia va avanti su due binari. Da un lato, Mazzara che cerca una casa d’aste per vendere la campana dopo averla offerta al governo portoghese e alla corona spagnola (“Mi ignorano”, dice lo scopritore del manufatto), dall’altro Bonifacio, che affina la ricerca, dietro un compenso, pattuito con lo stesso Mazzara su una percentuale del prezzo di vendita all’incanto della campana (c’è un contratto del 2002). Che cosa trova il ricercatore triestino? “Nell’Archivio delle Indie trovai traccia negli atti contabili di un’uscita dalla Casa di Contrattazione per 51 pesos, dei quali 32 pesos per la campana della Santa Maria e per l’ornamento di detta campana (non è chiaro se per il reperto stesso o se la spesa si riferisca all’imballaggio e custodia). C’era anche un altro documento che faceva riferimento all’oro e argento recuperato a Buarcos post-naufragio del San Salvador e consegnato ai legittimi proprietari privati (a bordo c’era un carico reale e uno di privati), tra i quali anche Juan Ortiz de Uribe, che a quanto pare era un delegato di Luigi Colombo, il nipote del Navigatore”.

L’ultimo passaggio

Luigi Colombo era un trafficante. Aveva interessi commerciali a Hispanola e in altri territori delle Indie. Vendette i documenti di famiglia e oggetti appartenenti al celebre nonno. Mazzara fa riferimento a un documento “scritto da Luigi Colombo, che ordina a un suo uomo di fiducia a San Juan di Porto Rico, proprio nel periodo in cui fu stoccato nel forte il tesoro e futuro carico della San Salvador, di recuperare oggetti appartenuti al nonno” e dice: “Una coincidenza con quell’imballaggio così prezioso?”.

Bonifacio ammette che 32 pesos per una campana qualsiasi erano nel 1555 una bella cifra. “Un marinaio guadagnava 8 pesos al mese”. Inoltre, fa notare, come sulle repliche delle tre caravella di Colombo che si trovano a Palos (Huelva) solo la Santa Maria abbia la campana. “Andai a chiedere presso il cantiere che costruì queste repliche e mi dissero che sapevano che era l’unica ad avere una campana”.

Aggiungo, a margine, che i rapporti tra Bonifacio e Mazzara nel tempo si sono guastati e che le loro strade, dopo il tentativo di vendere la campana all’asta a Madrid, da parte di Mazzara, andato a vuoto per l’arrivo della polizia (le accuse di furto del manufatto poi decaddero), si sono separate. Ricordo che il 7 dicembre, ormai tra pochi giorni, Mazzara ha rimesso all’asta la campana che rivendica come quella della Santa Maria di Colombo a Miami.

Terza puntata. la storia continua.


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