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Andrea Lucchetta, sa perché la intervistiamo? «No, spiegatemi». Perché in questa serie avevamo già sentito Gianmarco Pozzecco: «Ah, ecco. Dal mattacchione del basket al “Crazy” del volley: giusto?». Risposta esatta. Allora, si presenti… «Andrea “Lucky” Lucchetta, ex pallavolista, campione del mondo e d’Europa ma non campione olimpico. Frizzantino come il Prosecco, gambe lunghe come il radicchio trevigiano spadone, ma soprattutto dotato di una capigliatura “trasversale” che attraversa le varie ere e aiuta a modificare il linguaggio».

Quanto spende dal parrucchiere?
«Nulla. Me li taglio da solo: ho giurato fedeltà a Carla Bergamaschi, la coiffeuse con la quale ho creato il “taglio del capitano”. Mi armo di rasoio, pettine, gel e faccio da solo».

La cresta diagonale ha un significato?
«Non è una cresta! Questo è un taglio che ricorda il modo in cui in barca si devono prendere le onde: di “mascone”, quindi trasversalmente. La passione per il mare mi ha ispirato».

E se fosse stato pelato?
«Avrei di sicuro creato una parrucca».

Pozzecco ammette di giocare con i Lego. E commenta: se lo fai a 50 anni, o hai un problema o sei un pirla.
«Alzo il tiro: non bisogna mai smettere di giocare. Io lo faccio con ogni strumento, anche con la fantasia: nel lockdown sono diventato lo “smart coach” del mio bambino Spikerman, che indossava la maschera di Spiderman. Posso giocare con i Lego, con le macchinine e i modellini. E non diventerò mai un pirla».

Nel mondo bambini lei si trova bene.
«Proprio per questo sono diventato un cartone animato: attraverso la fantasia e i giochi di parole si possono innescare situazioni che riportano alla spiritualità del gruppo, ma con un linguaggio divertente».

Poi ci sono le serie animate: «Spike Team», «Il sogno di Brent», «Spike Girl»…
«Spike Team è un progetto che parte da due domande: che cosa posso fare? Devo mettere la mia vita dentro un libro? La risposta alla seconda è stata no, i libri li scrivono tutti… Come posso allora incuriosire i bimbi? Tramite i cartoni animati. Ho creato un team building ad hoc, l’obiettivo è attivare sette valori: forza, coraggio, lealtà, equilibrio, sacrificio, tenacia».

Manca il settimo…
«È l’umiltà: la mette l’allenatore Lucky. Quando hai la consapevolezza che tutti i valori sono in te, sei pronto a vincere. Infatti gli Spike Team vincono solo dopo 78 puntate».

Valeva la pena di fare il pallavolista?
«Sì: il volley mi ha permesso di capire l’importanza della condivisione e dell’interazione, donando sé stessi prima di poter ricevere».

Ha mai pensato a un’alternativa?
«Avrei potuto fare il missionario. Però con la capacità, alla don Bosco, di portare un certo tipo di segnali ai bambini».

Pozzecco ha ammesso sbronze omeriche e solenni fumate. E lei?
«Spritz it forever lo dico non a caso in telecronaca: nulla di meglio di un buon bicchiere, bevendo però con consapevolezza. Non ho mai fumato».

Marachelle da dichiarare?
«Un episodio del 1990. Per sdrammatizzare un momento di difficoltà tirammo giù il costume a Julio Velasco mentre si pavoneggiava in un tuffo dal trampolino: era un modo per farlo rientrare in un certo spirito e quella missione toccò al capitano Crazy».

Julio come la prese?
«Di pancia… Nel senso della botta sull’acqua».

«Go Lucky Go», cioè il cantante Lucchetta, è stato un progetto appoggiato da Radio 105 ma alla fine incompleto?
«No, è una sfida vinta. Ho inciso 4 dischi, sono approdato al Festival Bar, ho portato il mio sport nei “non luoghi” del volley: mi sono destrutturato per sfondare in altri ambienti».

I figli hanno giocato a basket: ribellione verso la pallavolo?
«Forse. Li ho lasciati liberi e hanno scelto lo “slam dunk” anziché lo “spike team”: nessun problema».

Qualcuno ha detto che il volley è lo sport del «bim bum bam».
«Ho vissuto l’era del bim bum bam… Adesso è sbreng, sdong, sbam: poca tecnica e tanta potenza. Forse non è un male se torniamo un po’ al bim bum bam. Significa che non amo il volley di oggi? No, dico che è diverso. Mi sono ritrovato a vedere — ed era la prima volta! — la finale europea 1989: io, centrale, ho avuto quasi gli stessi punti e gli stessi cambi palla di Zorzi, che giocava opposto. La fase-punto concretizzava un lavoro certosino; ora, invece, è tutto sincopato».

Ci racconta, in 30 secondi, la «generazione dei fenomeni»?
«Una generazione di minatori che voleva scavare l’ovvietà e la scarsa capacità di valorizzare il made in Italy. C’era un totem, nello spogliatoio, ed è stato riproposto nel tempo: ecco perché abbiamo danzato sul tetto del mondo».

Quante volte avete mandato al diavolo il ct Velasco?
«Rischio la scomunica, ma rispondo: non immaginate quanto spesso».

Eravate davvero tutti amici?
«Eravamo persone che accomunavano i rispettivi caratteri quando vestivano l’azzurro: però, è vero, qualcuno era più amico di altri».

C’era un «Calimero» tra i fuoriclasse?
«Fefè De Giorgi: è pieno… di peli (risata). Al di là delle opportunità che ha avuto in partite importanti, Fefè era il pulcino nero perché a volte faticava».

Credevate di diventare ricchi come i calciatori?
«Come loro no, anche se siamo stati ben pagati. Ma siamo stati altrettanto osannati. Nel 1989 vinciamo l’Europeo e rompiamo l’uovo: toh, c’è pure l’Italia… Poi ecco l’oro iridato e, nel mio caso, il passaggio a Milano. Ho conosciuto la notorietà, sono arrivati gli spot con Scotti e la Carlucci: mi riconoscevano gli extracomunitari che vendevano tappeti dentro la metropolitana e, uscendo dai palazzetti dello sport, noi del volley eravamo come i Take That».

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Le giapponesi stravedevano per i pallavolisti italiani. Nessuno ne ha approfittato?
«No, mai. Eppure i Dongiovanni nella squadra non mancavano».

Quante pallonate in faccia ha preso al centro della rete?
«Poche: sapevo difendere ed ero sveglio nel valutare le traiettorie».

Centrale, ruolo oscuro. Non invidiava gli schiacciatori?
«No. Quella posizione rispecchiava il mio carattere: dovevo “entrare” nella testa del palleggiatore, gestire la tattica a muro ed essere credibile».

Teme di diventare vecchio?
«Mai: tra l’altro, rintronato lo sono già».

Farebbe il politico?
«Forse in una seconda vita, se mi reincarno. Per ora faccio il divulgatore: ho un nuovo prodotto da lanciare, Superspikeball. Un cartone animato per i bambini che seguono RaiYoyo».

Tanti campioni sono impegnati a difendere lo sport da una riforma che non convince.
«Ho parlato con il ministro Spadafora: per me il punto cruciale è salvare l’offerta multi-sportiva per i giovani».

L’amore per la pesca: ce lo descrive?
«La pesca permette di gioire di quello che il mare offre, anche come panorama. Mi piace andare alla Maddalena alle 4 del mattino: più che quello che prendo mi importa guardare le onde, il sole che spunta, il granito rosso…».

Il pesce poi lo mangia o lo ributta in mare?
«Me lo magno! Sono pronto a scorticarmi, se vado prendere i polpi a mano; però quelli che catturo finiscono in tavola».

Quante volte ha litigato con un giornalista?
«Mai, anche se oggi ci sono giornalisti che non sanno un tubo di tecnica, salvo essere saccenti. Per me, poi, è fondamentale il linguaggio: non puoi leggere Hemingway a chi va in discoteca, semmai devi trovare il modo di farlo rappare».

Che cosa la intriga del ruolo di commentatore televisivo?
«La possibilità di comunicare. Chi scrive sul giornale lo fa con le frasi scritte, io ho cambiato il linguaggio tramite le mie metafore».

Oppure con le sue massime. Ad esempio: «Su le mani dai divani, su le mani per Osmany (Juantorena, ndr)»; «L’attacco dello Zar (Ivan Zaytsev, ndr) non si vede neanche al Var». Le studia di notte?
«No, vengono spontanee: ho conosciuto dei comici che mi hanno invitato a improvvisare. Se Telethon mi chiede di sensibilizzare sui defibrillatori, non dico “difendere un pallone” ma “defibrillare un pallone”. Ovvero: il giocatore attacca gli elettrodi prima che la palla cada per terra e muoia. I puristi inorridiscono, ma a me non interessa».

È vero che Lucchetta è appassionato di Ufo e fantascienza?
«Assolutamente sì. Ho avuto l’illuminazione con Guerre Stellari e con la serie Shado, quella del comandante Straker. Spesso, nei commenti tv, dico “allarme rosso, allarme rosso”. Gli Alieni esistono in un’altra galassia e noi siamo il risultato di un’evoluzione che procede da altri mondi».

Anche l’oro olimpico è un Ufo…
«Eh sì, è… “alienante”: magari un giorno lo vinceremo, ma in palestra dovremo “alienarci” tanto…».

3 gennaio 2021 (modifica il 3 gennaio 2021 | 23:23)

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