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Due bicchierini da liquore, un vassoio di caramelle Sperlari, un orologio d’oro e un anello: unici elementi in ordine cristallizzati all’interno di un appartamento «nella più totale confusione per inscenare una rapina». Poi due fotografie, comparse, associandole, sulle pagine del Corriere di sabato, a tracciare un presunto serial killer. I volti erano quelli di sue vittime: Elisa Casarotto, nel 1964 uccisa a coltellate come successe nel 1970 ad Adele Margherita Dossena, che lasciò due figlie. Una è Agostina Belli.

Anomalie

L’attrice 71enne rivela la profonda anomalia dello scenario visto, un anno dopo l’omicidio quando la polizia tolse i sigilli, tornando nell’alloggio di via Copernico 18, sorta di ufficio-abitazione dove la mamma gestiva una pensione. Ma insieme, parimenti allo studio del criminologo Franco Posa che sta lavorando sull’ipotesi di un «mostro di Milano» colpevole della morte di (almeno) sette donne, tutti casi irrisolti compreso quello più mediatico, l’assassinio di Simonetta Ferrero in un bagno dell’università Cattolica, l’ammissione dell’attrice assume una portata non trascurabile: «Mia madre ed Elisa erano amiche. Molto amiche. Per quanto riguarda quegli elementi nell’appartamento, parvero strane delle cose. I bicchieri e il vassoio di caramelle posizionati sul tavolo confermavano che l’assassino fosse un uomo conosciuto. Mamma lo fece entrare e accomodare. Dopodiché, la presenza di orologio e anello, peraltro in bella mostra sopra di un comodino, esclusero l’eventualità di un predatore in cerca di gioielli e denaro, eppure… Eppure, tempo soli dodici mesi e le indagini vennero chiuse. Perché? Me lo chiedo da mezzo secolo».

La locanda

Nonostante i 20 anni di differenza, la provenienza (il quartiere Giambellino per Adele Margherita, la provincia mantovana per Elisa, poi residente nella periferia cittadina di Villapizzone) e le antitetiche strade percorse, Dossena con famiglia e un’avviata locanda non lontano dalla stazione Centrale e Casarotto ex parrucchiera e nel 1964 prostituta in un bosco di pioppi nell’hinterland, le due donne si frequentavano. «Ho ricordi di loro gite». Distante dal clamore mediatico, ritiratasi nelle campagne laziali, Agostina Belli non lancia proclami né pretende trattamenti di favore. Nell’attesa di segnali dalla Procura, «quantomeno per spegnere ogni dubbio o, al contrario, partire dagli elementi scoperti e analizzarli nel rispetto delle vittime e dei loro famigliari», l’attrice ripensa a un anno, il 1974. L’anno del film «Profumo di donne», regia di Dino Risi, protagonisti Vittorio Gassman e la stessa Belli. «Decisi di investire risorse per compiere ulteriori indagini. Abitavo fuori città, in una località isolata. Dapprima mi avvelenarono il cane, poi rubarono la macchina, quindi iniziarono le telefonate anonime. Voci camuffate che ripetevano: “Smettila o farai la fine di tua mamma”. Avevo paura, come detto stavo da sola, indifesa. Ne parlai con la polizia che mi suggerì subito di lasciar perdere — lasciar perdere, esattamente così — e di tenere addosso una pistola. Io allora presi il porto d’armi. Ma spaventata da quelle chiamate, ecco, la smisi con la ricerca della verità».

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L’archiviazione

Al netto, in considerazione dell’assenza di un solo sospettato, della celere archiviazione del fascicolo di Adele Margherita Dossena, colpita dai primi fendenti alle spalle come altre vittime, il grosso degli sforzi investigativi si concentrò sui clienti della pensione. Dice l’attrice, non nascondendo la personale convinzione di aver poco creduto alla pista: «Erano in maggioranza universitari e ferrovieri che si fermavano a riposare perché impegnati sulle lunghe tratte». Già ai tempi, della gestione di Adele Margherita erano notori l’ordine, la pulizia, l’attenzione nella selezione degli ospiti, il far rispettare le regole. L’evocazione, proprio in conseguenza della mancata individuazione dell’assassino, di una seconda vita della donna, separata, 55 anni, fu fumo diffuso non si sa da chi per quale fine. Mai nessuno, precisa l’attrice, «ha paventato l’ipotesi di una mano comune, sulla quale invece ragiona il dottor Posa». Il cui pool di criminologi ha finora mappato, basandosi su costosi e complicati software americani, un triangolo geografico compreso nel centro di Milano tra via Filzi, piazza Cordusio e via Pace. Qui vive o ha vissuto l’ipotetico serial killer.

5 gennaio 2021 (modifica il 5 gennaio 2021 | 07:22)

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