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Animali e malghe. Beatrice Zott dice che nella vita questo vorrebbe fare: vivere in montagna con il suo gregge. Non ha nemmeno vent’anni e da più di due insegue un sogno che sa di sveglie all’alba, di balle di fieno, di capre, agnelli, mucche… Ora è lei l’umana di riferimento per le 82 caprette allevate fino a pochi giorni fa da Agitu Ideo Gudeta, l’imprenditrice uccisa a casa sua a Frassilongo, nella Valle dei Mocheni, tra i monti del Trentino. Agitu avrebbe compiuto 43 anni il primo gennaio. Era fuggita dalla sua Addis Abeba, in Etiopia, ed era riuscita — da rifugiata e a 8.000 chilometri dalla sua terra — a ricostruire la sua vita daccapo con «La capra felice», azienda biologica che produce formaggi e creme cosmetiche. Ha finito di vivere il 29 dicembre — uccisa a martellate — per mano di un uomo che aveva aiutato e al quale aveva offerto un lavoro.

Così adesso è Beatrice Zott, classe 2001, a prendersi cura delle capre di razza pezzata mochena che Agitu voleva salvare dall’estinzione e dalle aggressioni dell’orso. Beatrice — per tutti Bea — racconta che uno dei giorni scorsi ha ricevuto una telefonata. «Mi hanno chiesto: ti andrebbe di prenderti cura delle capre finché non si decide il da farsi? Figurarsi… questo è proprio quello che voglio fare. Ho detto subito: sì, certo che mi va!». Agitu era un’amica di sua madre Antonella e Beatrice l’ha conosciuta appena è arrivata in valle. «Mi piacerebbe molto restare a lavorare qui nella sua azienda», osa sognare, «ma questo si vedrà, decideranno i familiari». Per ora controlla che le capre abbiano cibo e acqua e che la stalla nella quale svernano (nel Comune di Fierozzo) sia pulita. Ogni giorno Bea sale per due volte fin lì facendosi strada fra cumuli di neve, prepara le balle di fieno, controlla che tutte le caprette siano «felici» come vuole il nome dell’azienda fondata da Agitu, e poi torna giù a valle, nella sua casa di Pergine Valsugana. «In questo periodo non danno molto da fare», spiega.

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«Non sono da mungere perché il latte lo fanno quando ci sono i capretti, cioè fra poche settimane. Più della metà sono gravide e bisognerà seguire bene le gravidanze e i parti perché vada tutto bene. Io di certo non le lascio sole, lo devo ad Agitu che le ha sempre accudite con amore e da sola. Era una donna socievole, indipendente e capace, era diventata una di noi, qui in valle. Parlava anche il dialetto…». Per coltivare il sogno di diventare pastora Bea ha lasciato il liceo artistico che frequentava («ho accantonato gli studi per ora») ed è andata a fare pratica prima in Svizzera, poi in Val D’Aosta e, l’anno scorso, nelle sue valli trentine: al maso Pletzn di suo zio, nel cuore della Valle dei Mocheni (nella stessa malga dove Agitu aveva lavorato prima di aprire la sua azienda). «Io non lascerò mai la montagna» giura Beatrice.

«Ho sempre vissuto a contatto con gli animali e con la natura, non potrei vivere diversamente». Nonno e padre pastori, lei è cresciuta a pane e greggi. «Quando sono arrivata io mio padre aveva già venduto le bestie — racconta — ma c’era mio nonno che aveva le sue e papà conosceva tutti i pastori della zona. Da piccola seguire gli animali per la transumanza era la mia felicità». Nonostante la sua giovane età, aspirare alla vita da pastora è un suo vecchio desiderio. Bea dice di aver sempre saputo di voler fare proprio questo ma che se n’è convinta, in particolare, un giorno di quattro anni e mezzo fa, quando un pastore le ha affidato un agnellina ferita e abbandonata. «Aveva la spalla e la zampa rotta e per nutrirla bisognava darle il ciuccio. L’ho portata a casa, le ho steccato la zampa, l’ho nutrita e se l’è cavata. Si chiama Ruggy, è ancora qui con me».

5 gennaio 2021 (modifica il 6 gennaio 2021 | 15:56)

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