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Vaccinare i lombardi entro fine giugno. È un obiettivo ambiziosissimo quello indicato da Guido Bertolaso, da ieri al timone della campagna vaccinale della regione più popolosa d’Italia.

Una campagna destinata a partire in anticipo rispetto a quanto annunciato, con gli ottantenni che cominceranno a essere coperti dal 24 febbraio. Una campagna 24 ore su 24, per 7 giorni alla settimana, governo permettendo.

A quattro giorni dalla prima telefonata, ricevuta dal presidente Attilio Fontana e dalla vice, Letizia Moratti, l’ex capo della Protezione civile dunque ha tratteggiato così – nel corso della conferenza stampa a Palazzo Lombardia – i contorni di quella che dovrà essere «la più grande e importante operazione di Protezione civile che si sia mai svolta in Italia».

Il 23 febbraio finirà la fase 1, quella riguardante 340mila fra operatori sanitari e ospiti di Rsa, dopo si tratterà di raggiungere più persone possibile, con il coinvolgimento di tutte le energie – professionali e volontarie – di cui la Lombardia dispone. Un lavoro incessante e che presenta ancora molte incognite, legate all’incerto approvvigionamento del sierro. Un milione e 700mila lombardi sono da proteggere prioritariamente, mentre a 6,6 milioni di persone ammonta il «target» della vaccinazione massiva. «Il traguardo di vaccinare tutta la Regione Lombardia prima della fine di giugno – ha scandito Bertolaso – se avremo vaccini, è assolutamente possibile e ce la faremo, ve lo garantisco».

È stato uno «sbarco in Lombardia» in grande stile quello di ieri, per il medico romano, che ha presentato il suo programma, ma soprattutto le sue motivazioni. Bertolaso è apparso motivatissimo appunto, loquace, e intenzionato a raccogliere – in prima persona, ma col lavoro di squadra – una sfida che sarà tutta italiana e non solo regionale: proteggere un sesto della popolazione italiana. «Cosa di meglio – ha chiesto – di lavorare meglio per lavorare tutti insieme per vaccinare tutta la Lombardia e tutta l’Italia in modo che dalla fine dell’anno possiamo uscire da questo incubo?».

I dubbi residui riguardano le notizie contraddittorie e carenti in arrivo da Roma. Fontana e Moratti hanno ridimensionato l’ipotesi di una produzione locale di vaccini, che al momento appare più un «piano B» che una concreta possibilità. Bertolaso ha confermato che febbraio e marzo saranno «difficili» ma anche che «da aprile saremo inondati di dosi». Comunque ha chiesto a un intervento normativo, per regolare il possibile impiego degli specializzandi, o dei medici in pensione, e anche quello dei volontari di Protezione civile. «La cosa incredibile – ha spiegato – è che con le attuali norme vigenti i volontari di protezione civile non possono essere utilizzati».

La delibera che per la seconda volta «arruola» Bertolaso come consulente in Lombardia è stata approvata ieri, con un «abbassamento dello stipendio» – come ha spiegato scherzando il diretto interessato, passato a 0 euro rispetto all’euro simbolico di marzo, quando fu chiamato a realizzare il «covid hospital» della Fiera di Milano, che poi si è rivelato utilissimo nel corso della seconda ondata.

Con toni da leader carismatico, Bertolaso ha fatto appello al lavoro di squadra, e a Palazzo Lombardia, per questa «missione vaccini», sarà posto al vertice di un organismo collegiale composto, oltre che da Fontana e Moratti, anche dall’assessore alla Protezione civile Pietro Foroni. Il suo arrivo è stato salutato con entusiasmo da tutto il centrodestra, ma non solo, e lui ha tenuto a sottolineare il suo profilo di civil servant. Eppure, ha fatto sapere, quando ha chiesto la collaborazione di alcune figure della sua vecchia squadra, a Roma, ha ricevuto solo risposte negative per ragioni di schieramento politico. «Il coronaviris non guarda in faccia nessuno e non ha tessere di partito» ha risposto, rammaricandosi e rimboccandosi le maniche. La Lombardia parte da sola, un’altra volta.


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