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Milano, 30 gen. (Adnkronos)

Alejandro Stephan Meran, il 30enne di origine domenicana accusato dell’omicidio dei due poliziotti avvenuto negli uffici della questura di Trieste il 4 ottobre 2019, è stato sottoposto a Tso, ossia il trattamento sanitario obbligatorio, e ricoverato all’ospedale di Borgo Trento a Verona. Lo rendono noto i difensori, gli avvocati Paolo e Alice Bevilacqua, i quali giovedì sera avevano inoltrato richiesta urgente al gip Massimo Tomassini di anticipare l’udienza di incidente probatorio a causa del peggioramento delle condizioni di salute dell’imputato, detenuto in regime di osservazione psichiatrica nel carcere della città scaligera.    

Nel provvedimento del giudice, che respinge la richiesta di anticipare l’udienza in programma il prossimo 1 marzo, si evidenzia come proprio nelle stesse ore in cui i legali chiedevano di accelerare i tempi, i periti chiedevano una proroga di 14 giorni per il deposito della perizia psichiatrica. La consegna slitta così a metà febbraio e considerando due settimane il tempo “minimo per poter compiutamente avere contezza del lavoro del collegio”, l’udienza già fissata non può essere anticipata.     Non solo: pesano anche le condizioni di salute dell’imputato.

Nel provvedimento del giudice, in possesso dell’Adnkronos, si evidenzia come “assolutamente sconsigliabile risulterebbe un’anticipazione di un’udienza che ben potrebbe, ove appunto ‘anticipata’, essere di necessità subito posposta vuoi per concessione di congruo termine alle parti interessate per lo studio della perizia, vuoi per la possibilità che, in tale – ipotetico – giorno Meran sia legittimamente impedito a partecipare”, visto il ricovero.

La perizia, affidata otto mesi fa a un pool di psichiatri, deve stabilire la capacità di intendere e di volere per Meran che – fermato per il furto di uno scooter – ha sparato tre colpi di pistola contro l’agente Pierluigi Rotta e quattro contro Matteo Demenego, intervenuto per soccorrere il collega. Gli esperti devono accertare anche la pericolosità sociale dell’uomo e la sua capacità di partecipare al processo.

Nella consulenza voluta dalla procura e depositata lo scorso aprile, gli psichiatri Renato Ariatti e Mario Mantero ritengono “plausibile che in quei drammatici momenti che precedono l’azione omicidiaria, potesse essere immerso in un’atmosfera delirante, con sensazioni e percezioni più o meno strutturate, ma comunque inquadrabili in una dimensione paranoide di persecuzione che eccede in maniera eclatante il dato di realtà”. Se così fosse in quelle fasi la capacità è “totalmente esclusa”.

Meran è in grado di partecipare al processo sebbene debba considerarsi “ancora oggi socialmente pericoloso”, scrivono gli esperti che hanno analizzano l’intera cartella clinica del 30enne, compreso il ricovero in Germania nel 2018 resosi necessario dopo che ha sfondato, alla guida di un’auto, una barriera di protezione dell’aeroporto di Monaco ed è salito su un aereo chiedendo di raggiungere il Brasile.

“Mai come in psichiatria il passato predice il futuro, soprattutto in casi come quello di pazienti psicotici con altro potenziale distruttivo, come avevano correttamente valutato i periti in Germania ammonendo circa il rischio che, se sottratto ad una continuità di cure, e non costretto in ambiente altamente contenitivo, il soggetto avrebbe avuto in prospettiva una altissima probabilità di commettere nuovamente reati, anche gravi. Mai previsione è stata purtroppo così corretta come questa”, sottolineano.    

Le riflessioni conclusive dei due psichiatri sembrano puntare il dito in più direzioni, laddove si scrive di “sconcertante sinergia fra imprudenti valutazioni cliniche, inosservanza sul piano gestionale e medico legale della prognosi di pericolosità, inspiegabili ritardi nel sistema giudiziario e mancanza di idonee comunicazioni fra i due paesi relative alla gestione di un caso pacificamente ritenuto affetto da una grave patologia psichiatrica e per questo ad altissima pericolosità”.

Se le comunicazioni relative al caso “dal punto di partenza in Germania al ministero della Giustizia e al sistema psichiatrico italiano avessero seguito un iter sufficientemente tempestivo, se il rapporto tra i sistemi della Giustizia dei sue Stati fosse stato funzionale, efficace e realmente collaborativo, i fatti che ci troviamo oggi a studiare in questo procedimento molto probabilmente non sarebbero mai accaduti”, concludono Aratti e Mantero.    


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