Seleziona una pagina
Condividi

Roma, 21 gen. (Adnkronos)

“La particolare efferatezza dei reati compiuti Innocent Oseghale e la totale insensibilità dimostrata nella loro commissione denotano una capacità criminale di allarmante spessore. Così come la condotta di depistaggio perseguita fin da subito e mantenuta anche nel corso delle indagini, attraverso versioni diverse adattate allo sviluppo delle indagini, la condotta di vita dell’imputato, che vive dei proventi della illecita attività di spaccio di sostanze stupefacenti e che non risulta essersi mai adoperato nella ricerca di un lavoro lecito, nonostante il supporto delle istituzioni e la permanenza di anni nel territorio nazionale”. E’ il quadro che i giudici della Corte di Assise di Appello di Ancona tracciano di Innocent Oseghale, unico imputato nel processo per l’omicidio di Pamela Mastropietro, confermando il diniego delle attenuanti generiche nelle motivazioni della sentenza di condanna.

‘Infondate censure sollevate con appello’

“Le censure sollevate con il pur articolato appello proposto nell’interesse di Oseghale Innocent sono infondate e destinate a infrangersi contro le solide motivazioni della sentenza impugnata che, dunque, merita integrale conferma, in quanto fondata su una coerente e puntuale ricostruzione delle vicenda, su una valutazione completa e approfondita del ricco materiale probatorio e su argomentazioni logico giuridiche corrette, esaustive e ineccepibili” si legge nelle motivazioni della sentenza di condanna di Innocent Oseghale emessa dalla Corte di Assise di Appello di Ancona il 16 ottobre scorso.

Non regge, inoltre, l’eccezione sollevata dalla difesa dell’unico imputato per l’omicidio della diciottenne romana Pamela Mastropietro, avvenuto a Macerata il 30 gennaio 2018, sull’invalidità della notifica eseguita presso il domicilio eletto dall’imputato detenuto e non presso il luogo di detenzione. “E’ assolutamente pacifico e incontestato che l’Oseghale era in stato di fermo, per essere poi sottoposto a custodia cautelare in carcere – si legge nella memoria della Corte di Assise di Appello – fin dal primo febbraio 2018, giorno in cui, all’esito del primo interrogatorio, dichiarava il proprio domicilio presso lo studio dell’avvocato Monia Fabiani quale difensore di fiducia”. Tra l’altro, evidenzia ancora il giudice: “L’avvocato Monia Fabiani ha partecipato, personalmente e a mezzo di sostituto all’uopo nominato, sia agli accertamenti urgenti svolti sulla vettura dell’Oseghale sia a quelli svolti nell’appartamento dell’allora indagato”.

Quantità eroina non tale da determinare morte per overdose

A uccidere Pamela Mastropietro non può esser stata una overdose. E’ quanto si legge nelle motivazioni della Corte di Assise di Appello di Ancona alla sentenza di condanna di Innocent Oseghale, unico imputato per l’omicidio di Pamela Mastropietro avvenuto il 30 gennaio 2018 a Macerata. “Il quantitativo di eroina – scrive infatti il giudice Giovanni Treré – che nella relazione viene cautelativamente indicato in 200 ng/ml, si attesta addirittura al di sotto dei 100 ng/ml. Un quantitativo, dunque, decisamente limitato e comunque non deponente per una intossicazione acuta da eroina e per la morte per overdose”.

Ma non solo: “la morte per overdose di eroina – si legge ancora – è una morte di tipo asfittico che avviene a seguito di depressione respiratoria con diminuzione della frequenza del respiro fino al suo spegnimento nel corso della progressiva asfissia il sangue tende a stagnare negli organi che perciò al decesso risultano congesti per la presenza di edema polmonare e cerebrale chiaramente visibile al momento dell’autopsia. Il polmone di Pamela aveva un peso del tutto normale e non è stata rilevata dai medici che hanno eseguito le autopsie la presenza di una congestione poliviscerale diffusa e men che mai una congestione da edema polmonare”.

‘Lesioni inferte in vita, compatibile coltello in casa imputato ‘

“Le lesioni sul corpo di Pamela Mastropietro sono lesioni inferte in vita, con un’arma da taglio e da punta monotagliente”. Lo scrive il giudice della Corte di Assise di Appello di Ancona Giovanni Trerè motivando la sentenza di condanna di Innocent Oseghale, in carcere per aver ucciso, depezzato e chiuso in due trolley la diciottenne romana nel suo appartamento a Macerata il 30 gennaio 2018.

“Il coltello rinvenuto nell’appartamento dell’imputato è perfettamente compatibile con le caratteristiche delle lesioni” evidenzia in un inciso il magistrato “sulla scorta dei riferimenti scientifici offerti dai consulenti tecnici di accusa e parte civile”. “Le lesioni – si legge ancora – inferte a distanza di qualche minuto l’una dall’altra, avevano determinato una emorragia con perdita importante di sangue che aveva portato Pamela alla morte in meno di mezz’ora”.

‘Ambigua figura tassista contattato da Oseghale’

“Molto ambigua e tutt’altro che limpida” è, secondo la Corte di Assise di Appello di Ancona la figura del tassista di origini camerunensi che Innocent Oseghale ha contattato telefonicamente poco dopo le 22 del 30 gennaio 2018 per farsi portare fino al punto dove il mattino seguente sarebbero stati trovati i due trolley con all’interno i resti di Pamela Mastropietro.

Torna dunque a farsi strada l’ipotesi, sostenuta fortemente dai familiari della vittima, che l’imputato possa non aver agito da solo, vero è che la Corte ha rimesso gli atti alla procura della Repubblica per competenza. “il tassista infatti – si legge nelle motivazioni della sentenza di condanna – ha inizialmente riferito di essere tornato solo il mattino seguente a verificare se le valigie che il cliente della sera prima aveva lasciato per strada erano ancora là, quando al contrario è tornato in via dell’Industria di Pollenza nella stessa notte, dopo aver riaccompagnato l’imputato a Macerata. E non certo per verificare se qualcuno le avesse prese, ma per accertare cosa vi fosse all’interno, atteso che ne apriva almeno una, avendo addirittura l’accortezza di usare dei guanti”.

“Benché si fosse reso conto del macabro contenuto delle valigie – prosegue il giudice – il teste riferiva di aver capito addirittura che si trattavano di resti di un corpo femminile perché le unghie avevano lo smalto”. Alle forze dell’ordine si presenta solo nel pomeriggio inoltrato, “rilasciando tuttavia dichiarazioni non del tutto veritiere”. E ancora: “il tassista non aveva utilizzato la sua auto, una Golf, ma un’altra vettura a lui prestata, di cui non forniva tuttavia subito i dati, neppure quando la sua Golf, nella errata ma giustificata convinzione degli inquirenti che fosse quella usata per il trasporto, veniva sottoposta a sequestro”. Resta avvolta nel mistero, ancora, l’identità della persona con cui Oseghale ha avuto, lungo il tragitto sul taxi, “una lunga e concitata conversazione di cui il tassista non ha riferito l’esatto contenuto, perché in inglese”. (di Silvia Mancinelli)


Fonte originale: Leggi ora la fonte


Condividi