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Roma, 16 gen. (Adnkronos)

Gli italiani che hanno già contratto il Covid-19 “sono circa 9,8 milioni“. E’ quanto risulta dallo studio pubblicato da Covstat.it, basato su un modello che, come spiega all’Adnkronos uno degli autori, il professore di Statistica economica all’Università Cattolica Sacro Cuore di Roma Giuseppe Arbia, “è scientificamente validato e prende in considerazione non solo il milione di persone sintomatiche che emerge dai dati ufficiali, ma anche gli asintomatici o i poco sintomatici. Quindi – dice ancora Arbia – abbiamo già 10 milioni di persone immunizzate, anche se non sappiamo quanto duri l’immunità”.

Accelerare sulle vaccinazioni – “In due settimane abbiamo vaccinato un sessantesimo della popolazione. Se manteniamo questi tempi ci vorranno comunque due anni“, dice ancora lo statistico che spiega: “La speranza è che le cose vadano più veloce anche perché c’è un fatto negativo: diciamo 1 milione di vaccinati, ma questo milione per larga parte dovrà essere vaccinato nuovamente, quindi dovremmo dire che ne è stato vaccinato solamente mezzo milione a livello di numeri di dosi“. C’è però, aggiunge, anche un lato positivo: “Così come sia stato normale che nella fase iniziale la pandemia sia cresciuta esponenzialmente, nel momento in cui faremo i vaccini sfrutteremo un’esponenzialità a nostro vantaggio. La diffusione del virus dipende da quante persone sono suscettibili, cioè quante persone teoricamente si possono ammalare. Se riduciamo con il vaccino i suscettibili, riduciamo più che proporzionalmente quelle che si possono ammalare e questo – continua – ci dà una scalata molto più rapida verso l’immunità di gregge”.

“La variabile cruciale sui vaccini – continua Arbia – è quanti se ne riusciranno a produrre. Noi, sul versante del sistema sanitario italiano, siamo in grado di fare meglio di quanto fatto fino ad adesso, riusciremo a fare tutto più rapidamente. Il problema è se saranno disponibili i vaccini”. E a tal proposito, si dice comunque “contento” dell’annuncio di Pfizer, che implica un freno alla fornitura per l’Italia, perché “vuol dire che le cose vengono fatte con coscienza. C’è il problema della conservazione, se non ci sono frigoriferi a sufficienza e li devono implementare. E poi si sono impegnati per un certo numero di dosi – ricorda – se non le consegneranno ci saranno le penali”.

Alle porte c’è la terza ondata – “Ho la sensazione che siamo entrati nella terza ondata. Se si guardano il tasso di positività, i ricoverati con sintomi, le terapie intensive e i decessi e facendo le medie settimanali, perché quelli giornalieri li ritengo ingannevoli, tutti e quattro i parametri sono tornati a salire con la stessa regolarità delle altre due ondate“, continua quindi Arbia che ricorda: “Il tasso di positività è cominciato a salire il giorno di Natale. Il 7 gennaio sono cominciati a salire i ricoverati con sintomi e l’8 gennaio sono cominciati a salire i decessi. Nella seconda ondata il 3 luglio iniziava a salire il tasso di positività, il 4 agosto le terapie intensive, il 19 agosto i decessi”. Insomma, dice ancora Arbia, “ci siamo proprio, sono le caratteristiche dell’inizio di una nuova ondata. Ma – avverte – con una differenza che trovo drammaticamente significativa: nella prima e nella seconda ondata questi parametri erano a zero. Nella prima erano a zero per definizione, nella seconda si era raggiunto il minimo il 3 luglio, con un tasso di positività del 3 per 1000, i ricoverati in terapia intensiva erano 40 e i decessi erano 4, praticamente a zero. Oggi – continua – quando abbiamo toccato i punti minimi, avevamo un tasso di positività del 9,7 il 25 dicembre, i ricoverati in terapia intensiva erano 2.500 e i morti 450. Ora, se noi iniziamo una terza ondata a un gradino più alto, le conseguenze ce le possiamo immaginare“. Per questo, aggiunge, “dobbiamo anticipare l’epidemia. Non dobbiamo chiudere quando i dati sono alti, dobbiamo chiudere prima che lo diventino”.

Secondo Arbia, in Italia c’è stata inizialmente “l’illusione” che lo sforzo sarebbe bastato “per pochi mesi”. Questa volta, però, “c’è uno spiraglio: la seconda ondata è andata e se la terza riusciremo a trattenerla come è stato l’anno scorso con la prima, verso aprile avremo comunque un livello di diffusione contenuto. A quello che stiamo facendo si aggiungeranno i vaccini e la bella stagione. Non dico che per Pasqua ne saremo fuori, ma che le misure da Pasqua in poi potrebbero essere allentate“.

“Io – dice ancora – sono stato contento dell’ultimo Dpcm che ha stretto i freni, ma probabilmente serve una mossa ancora più drastica. Noi continuiamo a imparare poco da quello che vediamo intorno, perché ci siamo rallegrati che eravamo scesi e dicevamo ‘poveretti i francesi e gli spagnoli’ e poi è arrivata anche da noi la seconda ondata. Oggi diciamo ‘poveretti gli inglesi e i tedeschi’ per la terza ondata e noi arriveremo alle loro stesse cifre”, conclude.

Le zone in Italia – “Trovo assurdo – dice invece Arbia sulla suddivisione in aree in Italia – che sia vincolato il passaggio di zona al numero di infetti, perché si sa benissimo che dipende dal numero di tamponi effettuati. Se la Lombardia volesse uscire dalla zona rossa, le basterebbe ridurre il numero di tamponi. E’ una cosa banale. E’ il tasso di positività che ci dice qualcosa“, continua Arbia che però aggiunge: “Sono stato sempre molto critico sui numeri, perché non sono dati statistici, ma sanitari. I dati vengono raccolti – spiega – con un criterio diverso, quello dell’emergenza e non del campione statistico”.

Gli aiuti alle imprese e il Recovery – Sul versante delle imprese, dice Arbia, ci sono “due piani da separare con razionalità e sono quello sanitario e quello economico. Bisogna risolvere quello sanitario aiutando con tutti i modi possibili chi ha problemi economici. Ma la risposta non può essere riaprire se c’è ancora la pandemia. Bisogna tenere chiuso se necessario e compensare le perdite, e le possibilità con il Recovery Fund ci saranno. Questa pandemia ci sta insegnando una qualità, che è quella della pazienza. E pazienza – aggiunge – significa anche che tra qualche mese ci sarà un boom economico. Il problema non è chi è in sofferenza oggi ma riesce a sopravvivere, perché verrà ripagato. Il vero problema – dice ancora lo statistico – è chi non ce le fa e non riuscirà ad arrivare a quel momento. Gli interventi dovrebbero essere mirati, distinguendo i settori e le aziende che non ce la fanno da quelli che vanno in sofferenza ma riescono a sopravvivere”, ribadisce Arbia.


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